di Mauro Bazzucchi
Il Dubbio, 30 aprile 2026
Il dossier giustizia, dopo il referendum, prova faticosamente a ripartire. In commissione al Senato torna infatti sul tavolo il ddl Pittalis sulla prescrizione, già approvato dalla Camera nel gennaio 2024 e rimasto da allora congelato a Palazzo Madama. A riattivare l’iter è stato l’ufficio di presidenza, che ha dato il via libera alla ripresa dei lavori accogliendo la richiesta di Forza Italia, da settimane in pressing sugli alleati per riaprire il fascicolo. Si ripartirà dalle audizioni, con la consapevolezza - messa nero su bianco anche dalla presidente Giulia Bongiorno - che i vincoli del Pnrr non consentiranno una chiusura rapida del provvedimento.
È il primo segnale concreto su questo fronte dopo il referendum che ha bocciato la separazione delle carriere, e non è un caso che proprio su questo terreno si sia misurato subito il livello di tensione politica. Il centrodestra si è presentato compatto, almeno nelle dichiarazioni. “Riparte l’iter della riforma della prescrizione, il centrodestra, compatto, ha sostenuto la mia richiesta”, ha rivendicato il capogruppo forzista in commissione Pierantonio Zanettin, parlando di un’iniziativa che traduce l’esigenza di rilanciare le riforme garantiste.
Sulla stessa linea il capogruppo alla Camera Enrico Costa, che interpreta il riavvio come un passaggio necessario per archiviare il “fine processo mai” e riportare il sistema su binari più rispettosi della ragionevole durata e della presunzione di innocenza. Ma è sul versante opposto che il referendum pesa come un macigno.
Le opposizioni contestano la scelta di rimettere in agenda un tema divisivo proprio all’indomani del voto popolare. “Rimettere oggi in agenda argomenti che rischiano ulteriormente di spaccare il mondo della giustizia è una scelta che ci vede fortemente contrari”, ha attaccato il dem Alfredo Bazoli, sintetizzando una linea che punta a congelare gli interventi più controversi per concentrarsi su dossier condivisi. Il paradosso è che, nello stesso giorno, dal Pd è arrivato un appello di segno opposto. In un intervento pubblicato sul Sole 24 Ore, l’ex-Guardasigilli Andrea Orlando e Debora Serracchiani hanno invocato una “tregua” e soprattutto la necessità di “riprendere una discussione seria sul funzionamento della giustizia e il filo del dialogo tra tutte le componenti della giurisdizione”. C’è anche un richiamo esplicito alla responsabilità della politica, chiamata a “far scattare questo innesco” in un clima segnato da una “sfiducia crescente dell’opinione pubblica” verso la magistratura.
Non solo. I due esponenti dem hanno messo in guardia anche dalle letture strumentali del risultato referendario: “Sbaglierebbe la magistratura se vedesse nel risultato referendario una automatica rilegittimazione del suo ruolo”, osservano, indicando la necessità di affrontare i nodi strutturali del sistema, dai tempi dei processi al sovraffollamento carcerario, fino alle criticità del processo telematico. E insistono su un punto politico preciso: serve “la ricerca del consenso più ampio”.
Parole che, però, rischiano di restare sospese nel vuoto se tradotte nel concreto della dinamica parlamentare. Perché mentre Orlando e Serracchiani chiedono dialogo, in commissione il Pd e le altre opposizioni alzano il muro proprio facendo leva sul verdetto delle urne. Il rischio è quello di un cortocircuito: da un lato l’appello a costruire un terreno condiviso, dall’altro la scelta di respingere in radice il confronto su uno dei primi provvedimenti rimessi in moto. La ripartenza del ddl Pittalis, rischia di avere un significato poco più che simbolico e interno alle dinamiche della maggioranza, che doveva battere un colpo e ha scelto questo fronte, rivendicando la legittimazione a intervenire su un sistema che considera squilibrato. L’opposizione, invece (almeno i senatori che hanno parlato ieri), sembra interpretare il voto referendario come un argine a qualsiasi accelerazione. In mezzo resta la giustizia, terreno di scontro permanente e, per ora, lontano da quella tregua ieri evocata ma lontana dall’essere realmente praticata.











