di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 23 luglio 2025
“Il suo sogno oggi si trasforma in realtà e il nostro presidente, dall’alto dei cieli, credo sorrida e guardi soddisfatto il lavoro dei suoi allievi”, scandisce con ostentata emozione il senatore Pierantonio Zanettin, parlando dal banco che fu di Silvio Berlusconi. “La giustizia giusta gli è stata sempre a cuore”. Zanettin offre una particolare lettura dei trascorsi giudiziari di Berlusconi e accusa: “Egli è stato e continua a essere anche oggi vittima di una giustizia ingiusta, viziata dal pregiudizio ideologico e politico”. Nella logica di Forza Italia questa riforma dovrebbe mettere fine al presunto “uso politico della giustizia”, sebbene non incida in nessun modo sui tempi e i modi di conduzione di inchieste e processi. Ma il senatore azzurro celebra ugualmente con queste premesse “lo storico voto di oggi”.
A nome del Pd ha chiesto e ottenuto di intervenire Dario Franceschini, uno dei leader in campo dai tempi della fondazione, ex democristiano che parla dai banchi che furono dell’estrema sinistra e sfida la destra sul referendum confermativo previsto per il prossimo anno: “Ricordate il Papeete del 2019 e Salvini che chiedeva di votare per avere i pieni poteri? Giorgia Meloni è più furba e non lo dice, ma il desiderio di pieni poteri assomiglia molto a quello di allora. Per fortuna gli italiani hanno anticorpi forti”. Lo dimostrano i precedenti di riforme fatte a colpi di maggioranza bocciate dagli elettori nel 2006 e ne 2016. “Anche nel 2026 non pochi avranno voglia di uscire di casa per votare contro il governo e fermare le vostre tentazioni autoritarie”, prevede Franceschini che ricorre a citazioni cinematografiche assimilando le mosse della maggioranza ai pasticci combinati dall’ispettore Closeau: “È un perfido destino: dal Signore degli anelli alla Pantera rosa”.
Si parla della politica di ieri e di oggi, nell’aula di Palazzo Madama che si appresta a votare la riforma costituzionale della magistratura arrivata al giro di boa della prima lettura nei due rami del Parlamento, senza che deputati e senatori abbiano cambiato una parola del testo uscito un anno fa dal Palazzo Chigi. E così sarà nei prossimi due round di Camera e Senato, fino al referendum che entrambe gli schieramenti si dicono certi di vincere. Come i capitani di ogni squadra prima di ogni partita.
A Franceschini replica a stretto giro Alberto Balboni di Fratelli d’Italia, che cita un altro “grande vecchio” del Pd, Goffredo Bettini; il quale in un recente intervento su Il Foglio s’è detto favorevole alla separazione delle carriere tra giudici e pm. Ce n’erano anche altri in quel partito che ormai, denuncia il senatore meloniano, è vittima della “deriva massimalista dell’attuale segretaria, subalterna all’ultragiustizialismo a cinque Stelle. Per ritrovare i riformisti in quello che fu un grande partito a vocazione maggioritaria della sinistra occorre una puntata di Chi l’ha visto?”. I decibel della polemica e della protesta dai banchi della sinistra s’impennano, e per riportare un po’ d’ordine interviene la vice-presidente Anna Rossomando, del Pd (il presidente La Russa ha aperto la seduta, è rimasto il tempo di battibeccare con Matteo Renzi che protestava per il brusio durante il suo intervento e se n’è andato).
La stessa Rossomando, in precedenza, aveva interrotto l’ex magistrato pentastellato Roberto Scarpinato, che lavorò al fianco di Giovanni Falcone nel palazzo di giustizia di Palermo, mentre replicava a quegli esponenti della maggioranza (praticamente tutti, più Calenda) che hanno citato alcuni interventi di 34 anni fa del giudice assassinato a Capaci favorevoli alla separazione delle carriere: “Non potendo esibire pubblicamente e decentemente come spiriti guida di questa riforma Gelli, Berlusconi, Dell’Utri, Previti e personaggi simili, vi fate scudo dell’icona di Falcone, che proprio dai mondi di cui questi personaggi sono l’emblema - il lobbismo, la borghesia mafiosa e i poteri economici conniventi con le mafie - fu osteggiato, ridotto all’impotenza e lasciato nelle mani dei macellai che lo massacrarono il 23 maggio 1992”. Applausi dei Cinque stelle, proteste della destra e chiosa di Rossomando: “Senatore, ricordo a lei come a tutti che rispetto al tenore di alcune affermazioni se ne assume la responsabilità”.
Per il resto il dibattito fila via liscio, disturbato da un chiacchiericcio di sottofondo che quasi impedisce di sentire, come accade a scuola quando c’è la supplente e gli alunni non la stanno a sentire. E davvero sembra che ascoltare, qui, interessi poco; ognuno parla per sé e per i propri sostenitori, mentre gli altri si occupano d’altro.
In apertura, quando Calenda illustra il voto favorevole di Azione, nell’aula ancora semivuota, l’unico attento a ciò che dice sembra il ministro Nordio, seduto ai banchi del governo al fianco del collega Ciriani e al viceministro Sisto, intento nella lettura di alcune carte. In un paio di occasioni il Guardasigilli pare imitare Giorgia Meloni, lasciandosi andare a plateali cenni di dissenso scuotendo la testa e mettendosela tra le mani, come quando il senatore di Avs Giuseppe De Cristofaro accusa il governo di “vendetta politica contro i magistrati”. Dopo meno di due ore si vota, sullo schermo le luci verdi sovrastano quelle rosse e Rossomando comunica: “Il Senato approva in prima deliberazione”. La destra applaude, Nordio si prende gli abbracci dei colleghi (aumentati di numero), a sinistra spuntano copie della Costituzione rovesciata accompagnate dal grido ritmato “Vergogna!”. La seduta è sospesa, la “giornata storica” è andata. Appuntamento alla Camera per il secondo giro. Anzi, alle urne.











