di Francesco Petrelli (Segretario dell'Unione Camere Penali)
Il Garantista, 25 aprile 2015
Come abbiamo più volte ricordato, sulla questione della riforma della prescrizione l'Unione Camere penali italiane non ha mai avuto posizioni di natura "ideologica" e si è sempre cercato di mantenere il confronto su basi razionali, denunciando piuttosto come spesso da parte di Anm o da parte della politica si sia inteso fare della questione prescrizione un uso simbolico, o di bandiera, con la quale rispondere ad una presunta (del tutto inesistente) aspettativa sociale.
Peggio: si è cercato di approfittare di tale supposta aspettativa per introdurre nel sistema elementi pseudo-efficientisti, distorsivi dei già precari equilibri costituzionali dei nostri codici e di natura marcatamente anti-garantista.
Abbiamo sempre ritenuto che la prescrizione viene di fatto affrontata come se fosse una malattia e non invece come un sintomo di una patologia del sistema che non si vuole realmente affrontare, impegnandosi in maniera del tutto erronea a cancellare il sintomo: il che come si sa non risolve il problema e non fa altro che aggravare il male.
Se si vuole piuttosto approdare ad una effettiva esigenza di razionalizzazione del sistema, occorre conoscere i veri mali del processo, che la prescrizione, come fosse una inesorabile sonda diagnostica, evidenzia in maniera ineccepibile. Visto che la maggior parte dei processi (fra l'87,5 ed il 55,3%) si prescrive nel corso delle indagini preliminari (a conferma dei dati forniti all'epoca dal viceministro Costa), mentre solo il 17% in fase di appello e lo 0,4% nel successivo giudizio di legittimità, il nostro lungimirante e occhiuto legislatore, terapeuta avveduto, cosa fa? Interviene sulla fase delle indagini?
Impone termini perentori al Pubblico Ministero perché chiuda le indagini con le cadenze imposte dalla legge e perché eserciti l'azione penale nei tempi previsti dal Codice? Niente affatto! Interviene sulle impugnazioni allungando di tre anni i termini di prescrizione. Interviene proprio là dove il problema della prescrizione incide meno.
A confronto con gli esponenti della politica, queste cose le abbiamo dette, e alla politica le ha dette anche l'accademia, anch'essa questa volta compatta e severa nel sollecitare soluzioni diverse che colgano i segni veri dello squilibrio, senza lasciarsi trascinare in una rincorsa demagogica che trasforma il processo in un danno per il colpevole e per l'innocente, per le vittime dei reati e per la collettività intera.
In un Paese che spende, come di recente denunciato da Mario Barbuto, 8 milioni di euro al mese per i ritardi della giustizia, l'allungamento dei tempi prescrizionali con l'inevitabile conseguente parossistico allungamento dei tempi processuali diviene un ulteriore motivo di disagio, un altro accumulatore di ingiustizia, se è vero che il rimedio dell'ingiustizia patita giungerà solo dopo decine di anni di drammatica attesa nella pendenza di interminabili giudizi.
In attesa che il Senato decida, nel perdurante stato di agitazione dell'avvocatura penale, e forse avvertendo una qualche debolezza del fronte a sostegno del Ddl, e la sua radicale irrazionalità denunciata dagli stessi dati ministeriali, la guerra dei numeri sul fonte della politica maldestramente prosegue.
Chiede ora il Senato "approfondimenti statistici sulla prescrizione". Pensavamo ingenuamente che simili studi si facessero prima di formularle, le proposte di legge, ma tant'è. Non è mai troppo tardi. Stando dunque a tali dati secondo il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, negli ultimi anni (2011-2013), sarebbero in diminuzione le prescrizioni nella fase delle indagini ed in aumento quelle nella fase di appello.
Ma il dato va corretto: la percentuale citata del 17% delle prescrizioni in appello è da riferire, non al totale dei processi pendenti in quella fase, bensì al totale delle prescrizioni maturate in un anno per cui non può certo dirsi che "quasi due processi su dieci che approdano in appello finiscono in nulla". Ed anche qui, a voler essere dei buoni diagnosti, dovrebbe correttamente porsi il problema se spesso i giudici di Appello non siano in realtà le vittime di ritardi altrui! Dei ritardi maturati nella fase delle indagini del pm delle quali nessuno pare voler parlare.










