di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 14 aprile 2015
L'incredibile denuncia della vedova di Carlo Erba, la "terza" vittima: "nessuno mi ha avvisata...". Non parla, o meglio, non si sottopone all'interrogatorio di garanzia. Eppure Claudio Giardiello, autore della strage nel tribunale di Milano, qualcosa al gip la dice, prima di avvalersi formalmente della facoltà di non rispondere: "È troppo lunga... ma vi racconterò tutte le ingiustizie che ho subito".
Non solo, perché davanti al giudice di Monza Patrizia Gallucci, l'ex immobiliarista ammette laconicamente di aver ucciso il coimputato Carlo Erba, l'avvocato Lorenzo Claris Appiani e il giudice Fernando Ciampi: "Cosa volete che vi dica, se mi hanno visto...".
Sottoposto a visita psichiatrica prima dell'interrogatorio, Giardiello è risultato "totalmente in grado di partecipare alle fasi processuali". Resta la tensione sulla sicurezza nei Palazzi di Giustizia, che giovedì sarà oggetto di un vertice con il ministro Orlando e i procuratori generali, ma anche sui funerali di Stato, a cui i familiari di Carlo Erba hanno rinunciato.
La vittima "di serie C" senza funerali di Stato
"La carità è paziente e benigna: tutto crede, tutto spera, tutto sopporta; per essa non c'è più né giudeo né greco; né maschio né femmina; né padrone né servo": così, all'incirca (cito a memoria), San Paolo scriveva ai Corinti, per significare che davanti all'amore assoluto, ogni differenza o diseguaglianza diviene del
tutto irrilevante, priva di qualunque effetto. A prescinderei dalla fede in Dio - che muoveva evidentemente la parola di San Paolo - la stessa cosa accade davanti alla morte, non a caso definita dal Principe De Curtis, il mitico Totò, "a livella", proprio per significare la totale e indefettibile parità di tutti gli esseri umani davanti alla sua tagliola.
Eppure, spiace dover constatare che non sempre è così. Induce a questa amara considerazione quanto accaduto e lamentato, in modo molto composto, da Rosanna Mollicone, vedova del povero Giorgio Erba, per dir così il "terzo" delle persone trucidate nel Palazzo di Giustizia di Milano da Claudio Giardiello. E se qui si usa un aggettivo numerale cardinale, quello appunto di "terzo", per indicare Erba, non è a caso, ma appunto per prendere sul serio ciò che la Mollicone ha posto all'attenzione dell'opinione pubblica, e cioè che nessuno l'aveva avvisata del fatto che venerdì mattina in Tribunale ci sarebbe stata la commemorazione delle vittime e che, al di là dì annunci giornalistici, nessuno l'ha realmente invitata a far partecipare la salma del marito ai funerali di Stato del magistrato e dell'avvocato che saranno celebrati presso il Duomo di Milano.
Ecco allora che il funerale di Erba si terrà mercoledì prossimo presso il Duomo di Monza, dove la salma sarà circondata dagli amici di una vita, quelli del volo a vela, sport di cui Erba era appassionato: il funerale, appunto, del "terzo". Pare insomma che non ci siano solo due categorie di morti o, peggio, di vittime: quelle di serie "A", alle quali è ascrivibile il giudice Ciampi e quelle di serie B, cui apparterrebbe l'avvocato Appiani. Ce ne sarebbe addirittura una terza: quella delle vittime di serie C, di cui farebbe parte Erba. A quando, allora, e per chi la serie D?
Sia chiaro. Qui, i morti o le famiglie dei morti non c'entrano nulla, in quanto nessuno di loro ha certamente ipotizzato l'esistenza di queste aberranti categorie: il dolore le eguaglia tutte nella medesima sofferenza, nella identica, lacerante, afflizione. C'entrano invece coloro che son chiamati ad organizzare queste cose: non so di chi si tratti in particolare, ma certo di coloro che sono incaricati di gestire il protocollo dei funerali di Stato in occasioni del genere.
Ad oggi, ascoltando il compostissimo lamento affidato dalla vedova Mollicone a La Stampa, sembra davvero che il marito sia stato dimenticato o comunque relegato ad una categoria inferiore di morti ammazzati. E vien da chiedersi perché.
Forse perché non appartenente ad alcuna categoria professionale particolarmente significativa dal punto di vista sociale ed economico? Forse perché Erba era coimputato di Giardiello nel medesimo procedimento penale per bancarotta fraudolenta? O per altre motivazioni?
Per una semplice dimenticanza? Eppure, sono certo che i familiari di Ciampi e di Appiani, proprio perché forgiati dalla fiamma di un dolore estremo, sarebbero i primi desiderare che - allo stesso modo di come le vittime sono state abbattute insieme dalla stessa mano omicida, nello stesso luogo e per gli stessi motivi - insieme dovrebbero essere ricordate ed accompagnate all'eterno riposo. Nonostante ciò, nonostante cioè la sicura consistenza morale dei familiari dei tre poveri trucidati, le cose, ad oggi, non stanno così: la vedova Mollicone lo ha detto con chiarezza nel corso di un'intervista e nessuno ha osato contraddirla.
Ma le sue parole risuonano non come un lamento per sé o per il marito ucciso, acquistando invece un'eco diversa ed amarissima, l'eco di una personale ma severa denuncia: una denuncia che grida a gran voce il tragico impasto di indifferenza umana, di irrilevanza morale, di pregiudizi sociali di cui siamo tutti corresponsabili e che tutti ci interpella, per nessuno risultando estranea. Se non siamo capaci, nel sistema sociale che tutti abbiamo contribuito a creare e che ogni giorno perpetuiamo, di riconoscere e dichiarare la suprema sovranità della morte, che tutti senza distinzione ci eguaglia, come potremo credibilmente far fronte alle pressanti domande della vita alle quali siamo chiamati a rispondere?
Ecco il vero ed inquietante interrogativo che questi fatti sollecitano a porsi. Per questo, c'è da ringraziare Rosanna Erba Mollicone - come oggi è giusto chiamarla - per aver saputo ricordare a tutti il pericolo di una coscienza morale intorpidita, incapace di comprendere che siamo tutti fatti della stessa pasta, appartenendo tutti e ciascuno alla medesima categoria: quella degli esseri umani.










