di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 14 aprile 2015
Giornali, Anm e persino il Capo dello Stato non hanno saputo scorgere nei fatti di Milano il segno di una giustizia in crisi profonda. Alla fine è stato inevitabile. Ha prevalso la strumentalizzazione. Favorita, bisogna riconoscere, dalla mielosa acquiescenza della maggioranza dei commentatori dei grandi giornali.
E così, paginate sulla solitudine del magistrato, sul discredito di cui è vittima l'intera categoria, sulla campagna di odio verso i giudici, che ha armato la mano dell'omicida. E stato cucinato un polpettone nel quale sono finiti e sono stati legittimati tutti i motivi di risentimento della categoria: limitazione delle ferie, responsabilità civile, riduzione dei casi di carcerazione preventiva, etc.
Vi sono stati alcuni commenti a dir poco imbarazzanti: tutti centrati sulla solitudine del magistrato, dedicano una riga agli altri due uccisi al palese scopo di poter dire che sono stati equilibrati e completi e che hanno parlato di tutti.
Del resto, lo stesso Ufficio Comunicazione della Presidenza della Repubblica ha tenuto, anche su questo giornale, a precisare che Mattarella, nel suo intervento al Consiglio superiore della magistratura, aveva citato anche gli altri morti. Trascurando la circostanza che il Presidente ha fatto un preciso riferimento alla campagna dì discredito dei magistrati, così implicitamente indicando la causa della tragedia e relegando gli altri morti al ruolo di vittime occasionali e marginali.
Anche dal punto di osservazione più elevato, quello destinato a garantire l'unità del Paese, è venuto un messaggio profondamente divisivo. E non è certo di ulteriori divisioni che ha bisogno l'Italia. La tragedia di Milano avrebbe potuto unire. E invece ha diviso. E la ragione della divisione sta proprio in quel fasullo richiamo alla solitudine come causa di beatificazione. Della solitudine del magistrato ha parlato, in uno splendido libretto, Piero Calamandrei (Elogio dei Giudici scritto da un Avvocato).
E si è riferito al peso che il Giudice, ogni Giudice, si porta dentro quando deve decidere, potendo contare solo sulle sue conoscenze tecniche e, innanzitutto, sulla sua coscienza e sulla lealtà verso se stesso. O al peso della responsabilità della decisione e dei dubbi che essa genera anche successivamente. Né tutto questo è alleviato dalla Camera di Consiglio, che, quando è vera e cioè quando si articola in un'autentica dialettica, può fare addirittura aumentare il tormento interiore.
Ma può parlarsi di solitudine rispetto a coloro che passano le veline alla stampa? Che cercano spasmodicamente la prima pagina dei giornali? Che trattano la libertà altrui senza alcuna attenzione e rispetto? Essi sono certamente una minoranza tra i magistrati. Ma che è stata capace di scavare un solco profondo tra l'intera magistratura ed il Paese.
Il magistrato ucciso a Milano apparteneva a quella maggioranza silenziosa che fa il proprio dovere giorno dopo giorno, vivendo fino in fondo la solitudine di cui parlava Calamandrei. E allora, ci si sarebbe potuti aspettare una presa di posizione della magistratura capace di guardare alla crisi della giustizia senza prospettive corporative, capace di comprendere che le altre morti non sono state né occasionali, né marginali, capace di sentirsi parte del Paese e non la parte migliore. Questo avrebbe unito.
Un discorso forte sulla crisi della giustizia, sulle ragioni della sfiducia dei cittadini, sulla necessità di un riequilibrio dei poteri, avrebbe unito. Così come avrebbe unito una pari attenzione agli altri morti, ciascuno, a suo modo, emblema anch'esso di questo momento difficile del Paese. L'imprenditore che affronta la crisi della sua azienda e l'erosione del rapporto con i soci. L'avvocato, il quale vive anch'esso la sua solitudine nell'essere cuscinetto tra le pulsioni della vita e la compostezza del Tribunale.
Tutto questo non è stato. La parte migliore della magistratura non ha avuto, ancora una volta, la capacità critica e l'autonomia morale per non farsi trascinare in una autocelebrazione che ha solo scavato ancora di più i fossati.










