di Liana Milella
La Repubblica, 3 agosto 2023
Dopo 48 giorni dal Consiglio dei ministri il ddl sull’abuso d’ufficio arriva in commissione al Senato e sarà gestito dalla presidente leghista Bongiorno che deciderà la linea anche sulle intercettazioni. A colpi di decreto legge - un interventismo che sicuramente farà discutere i giuristi che già storcono la bocca - palazzo Chigi detta la linea sulla mafia e “scavalca” il suo stesso Guardasigilli Carlo Nordio.
Ministro sempre loquacissimo in materia di diritto che però, da quando è entrato in via Arenula, di tutto ha parlato, anche quando non doveva come sul concorso esterno, tranne che della sentenza della Cassazione su intercettazioni e mafia che adesso è divenuta la priorità per Giorgia Meloni e il suo sottosegretario preferito Alfredo Mantovano.
Tant’è che, dopo aver annunciato il decreto a metà luglio, ecco far trapelare da Chigi che sarà approvato lunedì prossimo. Tutto questo avviene - vedremo come - mentre il disegno di legge del Guardasigilli che cancella l’abuso d’ufficio e mette il bavaglio ai giornalisti sulle intercettazioni arriva finalmente al Senato esattamente 48 giorni dopo la sua approvazione. E se ne intesta la responsabilità come relatrice la responsabile Giustizia della Lega Giulia Bongiorno che - com’è noto - non voleva cancellare l’abuso, finito adesso tra le preoccupazioni del presidente Sergio Mattarella, né ha mai avuto in mente un intervento drastico sugli ascolti con l’obiettivo di limitare del tutto la libertà di stampa.
Il decreto sulla mafia - Addebitandone la responsabilità alle lamentele delle toghe antimafia - di cui però non v’è traccia mediatica nel corso di ben dieci mesi - il governo vende se stesso in chiave di lotta aperta contro le cosche. Tant’è che il primo annuncio del decreto cade proprio in coincidenza con l’anniversario della strage Borsellino. Con un esplicito intervento di Meloni in consiglio che ministri che lo annuncia parlando di un decreto per bloccare “gli effetti dirompenti” di una sentenza della Cassazione che risale però a settembre del 2022. Nella lettura che ne dà la premier, supportata dall’interpretazione di Mantovano, si tratta di una sentenza che “rischia di abbattersi su decine di processi sulla criminalità organizzata, legando le mani a chi combatte le cosche e mettendo in forse procedimenti per reati gravissimi”. Anche di questi annunciati disastri non v’è traccia da quando la sentenza è stata decisa.
Per la complessità della materia l’annuncio di Meloni e Mantovano non diventa un boom mediatico e non attenua, come avrebbe voluto palazzo Chigi, l’effetto delle parole di Nordio sul concorso esterno da cambiare, tant’è che lo stesso Guardasigilli è costretto pubblicamente, in un question time alla Camera, a fare marcia indietro sulle sue stesse dichiarazioni. Non ha mai detto - sostiene pubblicamente - di voler cambiare le regole attuali, anche se basta leggere le sue parole per rendersi conto che invece lo ha fatto. Non solo, come ha scoperto il giurista Gian Luigi Gatta, è stato proprio Nordio a teorizzare il concorso esterno: “Sarebbe interessante chiedere al ministro - dice Gatta in un’intervista all’Huffingtonpost - come mai nell’articolo 47 del progetto di riforma del codice penale, realizzato dalla commissione che lui stesso ha presieduto quasi vent’anni fa, le disposizioni sul concorso di persone nel reato venivano estese ai reati associativi. Basta leggere la sentenza Mannino delle Sezioni unite per trovare questo riferimento al progetto Nordio. Se davvero il concorso esterno fosse un “ossimoro”, come dice lui, perché la commissione che presiedeva voleva addirittura codicarlo?”.
Ma tant’è. Adesso siamo a un nuovo annuncio, con una voluta anticipazione alla stampa, a pochi giorni dall’ultimo consiglio dei ministri prima delle ferie, per ribadire che il governo fa sul serio contro la criminalità. E mentre la presidente della commissione Antimafia, la meloniana Chiara Colosimo, non manca occasione per dire la sua proprio sulla mafia. Il testo del decreto sarebbe ancora in lavorazione. E data la complessità della materia potrà essere valutato solo a cose fatte.
Ma i giuristi già avanzando dei dubbi. Primo tra tutti quello di un governo che, per decreto, stabilisce quale debba essere l’interpretazione autentica di una norma. Come ricordava Donatella Stasio sulla Stampa del 19 luglio “nel marzo del 1991 il governo Andreotti varò un decreto legge di interpretazione autentica delle norme sul calcolo della custodia cautelare per riportare subito in carcere 24 boss mafiosi scarcerati in base a una sentenza sbagliata della Cassazione”. E come nel 2007, cioè ben 16 anni dopo, lo stesso Andreotti dichiarò: “Ormai posso dirlo: quel decreto era una specie di golpe, un vero sopruso”.
A stupirsi della decisione è ancora Gatta che già solleva possibili dubbi di costituzionalità: “Il rischio è che si parli ora di un’interpretazione autentica di una legge che esiste da 20 o 30 anni per far retroagire, nei processi in corso, una regola in realtà nuova che renda utilizzabili intercettazioni ab origine illegittimamente disposte. Questo non sarebbe ammissibile ed è il profilo più problematico su cui è bene che, nel predisporre la norma, il governo rifletta”. E ancora: “Il punto è quello dell’opportunità, ancor più in un momento di rinnovata attenzione dei rapporti tra politica e magistratura: l’interpretazione fa parte della fisiologia del diritto e la formazione di orientamenti giurisprudenziali procede per passi, avanti e indietro, trovando un momento fondamentale nelle pronunce delle Sezioni unite della Cassazione, che intervengono quando sorge un contrasto o per prevenirlo. Esiste, insomma, nel sistema giudiziario una via ordinaria per risolvere le questioni interpretative, senza l’intervento di una legge di interpretazione autentica, che è un evento assai raro, specie nel penale”.
Bongiorno e l’abuso d’ufficio - Un Nordio doppiamente scavalcato. Perché il suo disegno di legge sull’abuso d’ufficio - su cui sono evidenti i dubbi del Quirinale che si augura una modifica parlamentare prima che il testo approdi di nuovo sul suo tavolo - al Senato giunge nelle mani di Giulia Bongiorno. Che non ha mai fatto mistero dei suoi dubbi sulla cancellazione tout court del reato, nonché sulla linea dura del Guardasigilli sulle intercettazioni. Sia sulla loro diffusione mediatica, che sull’utilizzo. Una stretta, quella di Nordio, peraltro in contrasto con lo stesso decreto in arrivo sulla mafia, in cui invece l’interpretazione autentica di Chigi consentirebbe di applicare le regole light sulle intercettazioni anche ai delitti commessi da chi non è “iscritto” formalmente al gruppo mafioso, ma con i suoi crimini comunque ne favorisce gli interessi.
Giulia Bongiorno è la relatrice del ddl Nordio. Il suo lavoro è partito già oggi con la relazione introduttiva sui contenuti del ddl. Un resoconto “asettico” del suo contenuto. Il vero lavoro partirà a settembre e s’intreccerà con la sua relazione sulle intercettazioni dopo che la commissione ha ascoltato dozzine di magistrati ed esperti. Sicuramente sfileranno anche le toghe per raccontare i possibili danni se si elimina l’abuso d’ufficio. E in queste ore i componenti della commissione stanno già indicando alla Bongiorno chi ascoltare. Si apre una stagione di protagonismo del Senato e della Bongiorno sulla giustizia.










