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di Anna Rossomando (Commissione Giustizia Pd)

 

Il Garantista, 2 aprile 2015

 

La chiave per uscire dall'impasse nei rapporti tra giustizia e politica deve essere ricercata in un'autentica cultura delle garanzie e della legalità. Garantismo non vuol dire impunità, ma osservanza del principio di legalità, prima, dopo e durante il processo. Non può esserci il primato della legalità senza regole e garanzie, e il diritto è il limite alla politica intesa come mero potere.

Nell'era della velocità con cui i titoli corrono e scorrono non solo sui giornali, ma ancora prima sui circuiti televisivi e sulla rete, ci si interroga su quanto conti, in tema di giustizia, per il legislatore la pressione dell'opinione pubblica che si forma e si esprime in gran parte sui media. Io penso che la politica debba orientare la pubblica opinione piuttosto che seguirne le suggestioni del momento, dare delle risposte ai problemi della vita reale e quotidiana dei cittadini, seguendo i propri principi e ideali.

Uno di questi è che la "presunzione di non colpevolezza" deve essere rispettata non solo al momento della pronuncia di una sentenza ma anche e soprattutto durante l'iter processuale. È qui che è chiamato in causa il ruolo dell'informazione e dell'opinione pubblica, che spesso tendono a emettere sentenze ben prima dei tribunali. Se lo slittamento delle sentenze di colpevolezza dalle aule giudiziarie alle pagine dei giornali (sia chiaro, non è in discussione il diritto di cronaca) è fenomeno che non riguarda soltanto l'Italia, da noi è però aggravato dalla lentezza dei processi. Abbiamo giustamente mandato in soffitta la ex Cirielli intervenendo sulla prescrizione, ma la ragionevole durata del processo resta un obiettivo primario. Abbiamo fatto questa e altre riforme perché rispetto agli ultimi 20 anni della storia italiana, segnati dallo scontro tra politica e giustizia e da molte norme manifesto, il clima è cambiato, consentendo di affrontare alcune pressanti riforme, attese da anni. Riforme per "fare" i processi e non per evitarli, per dare efficacia alle decisioni. Penso ad esempio ad alcune prime misure adottate, come la "messa alla prova" o l'archiviazione per tenuità del fatto che mirano a concentrare la risorsa del processo laddove è più necessaria. Penso anche all'auto-riciclaggio, alla modifica del 416 ter e al ddl anticorruzione appena varato dal Senato. E poi la riforma della custodia cautelare (in dirittura d'arrivo, ma qui nessuno conta i giorni per approvarla). Molto resta ancora da fare, per riformare il processo, renderne celeri i tempi, e al contempo preservare le tutele e le garanzie a difesa delle parti, in particolare di quelle più deboli; un'occasione importante sarà il provvedimento che stiamo ora esaminando in commissione Giustizia alla Camera sul processo penale.

Nell'insieme, sono riforme strutturali cui corrispondono una visione e scelte precise. E se lo stato della giustizia è lo specchio della condizione di un paese e della sua civiltà, la politica deve saper avere una visione, ascoltare e decidere. Con la sua autonomia e con uno sguardo più lungo di quello della notizia del giorno. Per tornare al rapporto tra politica e giustizia, penso che fin dai tempi di Tangentopoli il dibattito politico sia stato fortemente attraversato dalle vicende legate alla giustizia. La questione principale, oggi ancora oggetto di discussione, riguarda il rapporto tra i poteri dello Stato e il loro equilibrio. Occorre respingere ogni tentativo di sottrarre la politica al controllo di legalità invocando la legittimazione del voto popolare, nonostante vi sia stato chi abbia preteso di essere esente dal controllo del suo operato perché legittimato direttamente dal popolo. Ma questo impone innanzi tutto alla politica di esercitare la sua responsabilità su comportamenti, anche non penalmente rilevanti ma non per questo meno importanti sul piano dell'etica pubblica. Etica pubblica, dunque, e non facili moralismi. Solo così si può, e io penso che si debba, difendere e distinguere lo spazio della necessaria autonomia e discrezionalità degli atti politico-amministrativi. Su queste scelte il controllo è giustamente esercitato democraticamente con il voto. Mentre l'esercizio della giurisdizione deve prescindere dal consenso, assicurando così l'indipendenza e l'autonomia della magistratura a tutela dell'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, d'altro canto il consenso da solo non consegna alla politica una legittimità senza vincoli, altrimenti si riproporrebbe un conflitto tra democrazia e libertà che era stato già risolto con lo stato di diritto. La chiave dunque per uscire dall'impasse nei rapporti tra giustizia e politica deve essere proprio ricercata in un'autentica cultura delle garanzie e della legalità. Garantismo non vuol dire impunità, ma osservanza del principio di legalità, prima, dopo e durante il processo. Primato della giurisdizione e della politica non possono essere alternativi. Non può esserci il primato della legalità senza regole e garanzie, e il diritto è il limite alla politica intesa come mero potere. Ma qual è il limite alla giurisdizione? Certamente il rispetto del principio di stretta legalità, nel senso di un rigoroso controllo della legalità all'interno dello strumento processuale. Di questo controllo è presidio la cultura delle garanzie. E se la legalità può essere la strategia vincente di una democrazia moderna, le garanzie e il rispetto delle stesse ne sono le condizioni indispensabili per la sua realizzazione. C'è però un altro limite che incontra la giurisdizione, o meglio c'è uno spazio molto ampio che spetta alla politica, nel quale essa motiva la sua autorevolezza e il suo giusto primato. Autonomia nelle scelte quando si scrivono le leggi e quando si amministra la cosa pubblica; qui c'è la responsabilità della politica verso i cittadini. Trasparenza e partecipazione nei processi decisionali, insieme al voto, sono lo strumento di controllo democratico. In un'epoca in cui i luoghi delle decisioni davvero determinanti per i destini delle persone sono sempre più spesso "altri" rispetto alle istituzioni elettive, riaffermare l'autonomia e l'autorevolezza della politica con la P maiuscola, credo non sia banale.