www.siciliainformazioni.com, 19 gennaio 2015
Totò Cuffaro non è il primo detenuto che proclama la sua innocenza, ma è il primo che "smentisce" la madre, che ha inoltrato un'istanza di grazia. Cuffaro è contrario, perché l'istanza presuppone l'ammissione della colpa. Una condizione che Cuffaro non accetta. Perciò preferisce scontare il resto della pena, dieci mesi circa, ed annuncia di volere recarsi in Africa, in Burkina Faso, dove tornerebbe a fare il medico, professione che gli sarebbe impedito di esercitare in Italia a causa della sua espulsione dall'Albo.
È la volontà di proclamare la sua innocenza, il motivo del suo clamoroso dissenso? Forse c'è qualcosa d'altro. Cuffaro non ha ottenuto alcuni benefici previsti dalla legge, come l'assegnazione ai servizi sociali (ciò che è stato concesso a Silvio Berlusconi), e il suo "no" all'istanza di grazia è un modo per protestare, in modo civile, per il trattamento ricevuto. I giudici ritengono che non abbia tenuto un atteggiamento collaborativo con la magistratura inquirente. Insomma, non avrebbe detto tutto ciò che sa. Perciò, pur ammettendo che il comportamento del detenuto Cuffaro sia esemplare, gli è stato negato ciò che ad altri è concesso normalmente.
Giusta o sbagliata che sia la decisione della magistratura, appare controversa. L'atteggiamento collaborativo dei cosiddetti "pentiti" - uomini con decine di delitti sulla coscienza - regala talvolta il ritorno alla libertà, e perfino una congrua indennità, mentre il sospetto di reticenza impedirebbe la fruizione di benefici di legge concessi normalmente. È una forbice troppo ampia perché venga accettata da chi la subisce e sia compresa dagli altri.
Cuffaro è l'unico caso di un detenuto che sconta per intero e senza benefici, la pena a causa del sospetto di reticenza. Un sospetto che peraltro potrà difficilmente essere provato, a meno che non si abbia testimonianza indiretta delle verità nascoste. Solo in un caso siffatto, sarebbe giustificata la negazione dei benefici. Ma non risulta affatto che questa testimonianza sia in possesso della magistratura. E allora?
L'ex presidente della Regione siciliana non è il primo detenuto lasciato in galera allo scopo di "incoraggiarne" la collaborazione, ma a differenza degli altri, Cuffaro non si trova in carcere in custodia cautelare, ma sconta una pena. C'è una bella differenza. I detenuti "custoditi" possono regalare informazioni utili agli inquirenti, sono coinvolti nell'inchiesta in corso di svolgimento, i detenuti che espiano la pena, dovrebbero intervenire sui fatti già giudicati, possono svelare verità (o bugie) postume su episodi che appartengono al passato.
Il caso Cuffaro pone due questioni: il diritto del detenuto a rimanere distante dalla verità processuale e proclamare la sua innocenza; il diritto del detenuto ad usufruire dei benefici di legge se il comportamento in carcere è stato esemplare.
Una giustizia che a causa dei suoi tempi morti - non addebitabili certo alle toghe - regala ogni giorno l'impunità agli autori di reati gravi o premia la collaborazione di autori di crimini efferati (la premialità è uno strumento efficace nell'azione di contrasto alla mafia), dovrebbe avere verso il detenuto che sconta la pena, nel caso di Cuffaro miracolosamente per intero, un atteggiamento indulgente e non, come sembra, quasi rancoroso, affinché prevalga l'immagine di una giustizia forte e giusta, sempre e comunque. Altrimenti finisce che il detenuto diviene una vittima. E non è una buona cosa.










