di Giorgio Petta
La Sicilia, 4 febbraio 2015
Palermo. "Dopo la strage di Capaci concordammo con l'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli di reagire nel modo più duro possibile e volemmo dare alla mafia non solo una risposta politica, ma anche emotiva. Volemmo dimostrare al Paese che lo Stato reagiva con i mezzi più duri. Così decidemmo di riattrezzare le supercarceri di Pianosa e l'Asinara che erano state dismesse. Non ebbi l'impressione che nel Governo ci fossero opinioni discordanti".
Comincia con queste parole, ricostruendo la reazione dello Stato all'assassinio del giudice Giovanni Falcone, la deposizione dell'ex capo del Dap Nicolò Amato al processo sulla trattativa Stato-mafia, davanti ai giudici della Corte di Assise di Palermo in trasferta nell'aula bunker del carcere romano di Rebibbia.
Dopo Capaci, ci fu, il 19 luglio 1992, la seconda strage mafiosa di via D'Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino. "Martelli - ricorda Amato, rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo -mi disse: "Dammi il modo di fare un atto politico significativo". Io chiamai la direttrice del carcere Ucciardone di Palermo e individuammo i 55 detenuti più pericolosi da trasferire. Li portammo a Pianosa e gli applicammo il carcere duro previsto dall'articolo 41 bis". Alcuni giorni dopo, in due tranche, "si decise lo stesso provvedimento prima per 532 detenuti, poi per altri 567".
Un'iniziativa senza precedenti, ma di grande efficacia che diede il via ad una serie di inattesi pentimenti tra i boss. Eppure Amato venne defenestrato dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, poco meno di un anno dopo, nel giugno del 1993. Una vicenda che gli cambiò la vita e su cui ha scritto un libro.
C'era un disegno preciso dietro il suo allontanamento, perché, secondo la Procura di Palermo, l'alleggerimento del carcere duro per i boss sarebbe stato un passaggio necessario per il patto siglato tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra per fermare le stragi mafiose.
Le scelte di Amato, sostenute politicamente da Martelli (che si dimise perché coinvolto nell'inchiesta milanese di "Mani Pulite") ebbero, secondo il teste, uno stop con l'arrivo del prof. Giovanni Conso al Ministero della Giustizia. "Nel febbraio 1993, dopo l'assassinio di un sovrintendente penitenziario da parte della camorra, a Napoli, venne firmato - riferisce l'ex capo del Dap - un decreto che prevedeva pesanti restrizioni carcerarie per i detenuti di Secondigliano e Poggioreale. Dopo 12 giorni Conso lo revocò, anche su sollecitazione del prefet-to di Napoli, preoccupato delle ripercussioni esterne della misura. Conso mi disse di avvertire l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino (tra gli imputati del processo, ndr) della decisione presa. Cosa che feci, come dimostra un biglietto che ancora conservo. Quando si applicava 41 bis, Conso era sempre preoccupato che Mancino lo sapesse.
Una volta per questo avemmo una discussione e io gli dissi: "Guarda che sono materie di nostra competenza, mica serve il suo consenso". Insomma, io sostenevo la tesi che la politica penitenziaria fosse di esclusiva competenza del Guardasigilli, ma Conso era molto preoccupato del parere di Mancino e dell'allora capo della polizia, Vincenzo Parisi, contrario al carcere duro. Probabilmente - aggiunge - le preoccupazioni del Viminale erano relative a eventuali rischi per l'ordine pubblico derivanti da strette carcerarie. Ma io ritenevo che comunque il Ministero dell'Interno non dovesse ingerire su nostre scelte e che se rischi per l'ordine pubblico ci fossero stati, a loro sarebbe solo toccato farvi fronte".
In realtà, le cose per l'ex capo del Dap erano cominciate già a cambiare nel marzo del 1993, quando i familiari di alcuni detenuti mafiosi al 41 bis scrissero all'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per denunciare gli eccessi "del dittatore Amato". "Di quella lettera che conteneva gravissime minacce a me - sottolinea il teste - non mi fu detto nulla. Ne seppi l'esistenza dopo tempo. Se me ne avessero parlato, avrebbero dovuto chiedermi se ero d'accordo a un alleggerimento del regime di 41 bis e io avrei risposto di no.
E a quel punto come avrebbero potuto giustificare una mia rimozione?". Amato venne sostituito da Adalberto Capriotti, "un uomo che aveva esperienza di carceri, mentre il suo vice, Francesco Di Maggio, non ne aveva alcuna. Fu Scalfaro - spiega Amato - a non volermi più al Dap. Incontrai il segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni qualche giorno prima del mio allontanamento dal Dap e mi disse che il presidente della Repubblica aveva deciso così e che entro una settimana me ne dovevo andare". Amato, che ritiene la rimozione "una macchia per le istituzioni", non accettò il nuovo incarico alla Commissione Ue e si dimise dopo avere avuto un duro scontro sulla sua destituzione con Conso. "Non mi diede - ricorda - alcuna spiegazione. Mi disse che si trattava di un normale avvicendamento".
Dopo Amato, ieri, doveva deporre il prof. Conso. Alla Corte ha fatto sapere di non potere testimoniare per motivi di salute. Lo farà in futuro, ma in ogni caso l'ex Guardasigilli potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere perché indagato per false informazioni al pubblico ministero in un procedimento connesso. Il processo è stato rinviato a stamattina per l'esame di Capriotti, anche lui indagato per false dichiarazioni al pm.
Amato: dopo le stragi con Martelli decidemmo di punire i mafiosi detenuti (Ansa)
Deposizione dell'ex presidente del Dap questa mattina a Roma. Il dirigente ricorda la dura reazione che il governo ebbe dopo le morti di Falcone e Borsellino.
È iniziato con la deposizione dell'ex capo del Dap Nicolò Amato il processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, in corso in trasferta nell'aula bunker del carcere romano di Rebibbia. Amato ha ricordato quella che fu al reazione della istituzioni dopo l'uccisione del giudice Falcone e degli uomini della sua scorta. "Dopo la strage di Capaci concordammo con l'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli di reagire nel modo più duro possibile e volemmo dare alla mafia non solo una risposta politica, ma anche emotiva. Volemmo dimostrare al Paese che lo Stato reagiva con i mezzi più duri".
Come primo segnale si decise di riattrezzare le supercarceri di Pianosa e l'Asinara che erano state dismesse. "Non ebbi l'impressione che nel governo ci fossero opinioni discordanti", ha detto. Dopo la strage di via D'Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino, lo Stato diede un'altra stretta. "Martelli mi disse - ha raccontato Amato: "dammi il modo di fare un atto politico significativo". Io chiamai la direttrice del carcere Ucciardone e individuammo i 55 detenuti più pericolosi da trasferire. Li portammo a Pianosa e gli applicammo il carcere duro". Dopo alcuni giorni in due tranche si decise lo stesso provvedimento prima per 532 detenuti, poi per altri 567.
Amato: su 41 bis Conso teneva informato Mancino (Ansa)
"Quando si applicava 41 bis il ministro Conso era sempre preoccupato che l'allora titolare dell'Interno, Nicola Mancino, lo sapesse. Una volta per questo avemmo una discussione e io gli dissi: "Guarda che sono materie di nostra competenza, mica serve il suo consenso". Insomma, io sostenevo la tesi che la politica penitenziaria fosse di esclusiva competenza del Guardasigilli". L'ha detto l'ex capo del Dap, Nicolò Amato, deponendo, nell'aula bunker di Rebibbia al processo sulla trattativa Stato-mafia. Amato ha raccontato di riserve sul 41 bis espresse dall'allora capo della polizia Vincenzo Parisi, e in generale degli ambienti del ministero dell'Interno. "Probabilmente - ha aggiunto - le preoccupazioni del Viminale erano relative a eventuali rischi per l'ordine pubblico derivanti da strette carcerarie; ma io ritenevo che comunque il ministero dell'Interno non dovesse ingerire su nostre scelte e che se rischi per l'ordine pubblico ci fossero stati, a loro sarebbe solo toccato farvi fronte".
Amato cita un episodio particolare: nel febbraio 1993, dopo l'assassinio di un sovrintendente penitenziario da parte della camorra, a Napoli, venne firmato un decreto che prevedeva pesanti restrizioni carcerarie per i detenuti di Secondigliano e Poggioreale. "Dopo 12 giorni - ha raccontato - Conso lo revocò anche su sollecitazione del prefetto di Napoli, preoccupato delle ripercussioni esterne della misura".
"Conso - ha aggiunto - mi disse di avvertire Mancino della decisione presa, cosa che feci, come dimostra un biglietto che ancora conservo". Per Amato, Parisi espresse le sue riserve sul carcere duro anche in sede di comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, sempre nel 1993. Ma delle obiezioni dell'ex capo della polizia nel verbale della riunione non risulta nulla.











