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di Patrizio Maggio

 

L'Ora Quotidiano, 19 febbraio 2015

 

È prevista per stamattina la testimonianza del vice di Cesare Curioni, Capo dei cappellani delle carceri. L'ex presidente Scalfaro avrebbe chiesto ai due sacerdoti di aiutarlo nella scelta del sostituto di Nicolò Amato al vertice del Dap.

Il vertici del Dap in sostituzione di Nicolò Amato nel 1993? Li scelsero i sacerdoti dei penitenziari. Ne è sicuro monsignor Fabio Fabbri, ex vice-capo dei cappellani delle carceri, testimone questa mattina al processo sulla Trattativa Stato-mafia.

Fabbri era il vice di monsignor Cesare Curioni, capo dei cappellani delle carceri, amico quarantennale del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. E fu proprio l'allora capo dello Stato a convocare i due sacerdoti nel giugno del 1993, quando decise di far fuori Amato dai vertici dell'amministrazione penitenziaria.

Al colloquio era presente pure Fabbri, che ha ricordato quell'incontro nel marzo del 2012, deponendo al processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Il presidente della Repubblica Scalfaro spiegò il perché della sostituzione al vertice del Dap? Per Fabbri, Scalfaro non fece mistero di un'antica "ruggine" nei confronti di Amato: "Il suo tempo è finito- si lamentò - una volta lo cercavo e mi ha fatto aspettare due giorni, quando non ero ancora nessuno". Poi, prosegue Fabbri, "il presidente disse che gli avevano fatto tre nomi, e che li aveva nel suo cassetto. Ma nessuno di questi aveva possibilità.

Chiese, a me e a Curioni, di aiutare Conso a scegliere il nuovo dirigente del Dap". In pratica una delega per individuare il nome "giusto" che, secondo l'ipotesi accusatoria dei pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, avrebbe garantito il suo sostegno al dialogo avviato con la mafia sul carcere duro. La mattina successiva all'incontro con Scalfaro, il monsignore ed il suo vice si recarono pertanto dal Guardasigilli Giovanni Conso. E lì fu proprio Fabbri a dare il suggerimento giusto.

"Mi venne in mente - ha detto in aula Fabbri al processo Mori-Obinu - che per quel ruolo era perfetto un mio caro conoscente: Adalberto Capriotti, procuratore a Trento, che era un uomo mite, molto religioso, un uomo di chiesa. Conso si alzò: andò nella stanza attigua, consultò dei libroni e disse: si, potrebbe essere! E mi diede incarico di prendere contatti".

Fabbri ha però negato l'esistenza di un eventuale rapporto tra pezzi delle Istituzioni e detenuti mafiosi, Fabbri ha replicato. "Quello che so è che i cappellani non hanno mai digerito il 41 bis, l'hanno sempre osteggiato perché era anti-umano, e lo facevano presente nei vari incontri con i vescovi, ma anche con me e soprattutto con Curioni". L'alleggerimento delle condizioni carcerarie per detenuti mafiosi è - nella ricostruzione dell'accusa - uno degli elementi della Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.