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di Carlo Bonini

 

La Repubblica, 14 aprile 2015

 

Per una volta almeno, in un Paese che dimentica sempre e troppo presto, le parole della signora Alberta Brambilla Pisani, madre dell'avvocato Lorenzo Claris Appiani, vittima della strage nel tribunale di Milano di giovedì scorso, andrebbero mandate a memoria.

Soprattutto, di qui ai prossimi mesi, dovrebbero diventare l'indice, e magari l'hashtag virale, con cui misurare la credibilità degli impegni di Parlamento e governo. E, con loro, la volatilità dello schizofrenico rapporto con il "senso di insicurezza nazionale". Cavalcato a giorni alterni dall'agenda politica e statisticamente riassunto da due dati documentati da questo giornale sabato scorso. Quattro milioni di famiglie italiane hanno nel salotto di casa una pistola o un fucile. In soli sette anni, il numero di licenze di porto d'armi "per uso sportivo" è raddoppiato (187 mila nel 2007, 397.384 nel 2014).

Salvo scoprire, in una mattina di primavera, che una calibro 7,65 è stata rivolta non contro un piattello in volo, ma contro degli esseri umani innocenti. Che quella classificazione - "per uso sportivo" - è dunque solo la spia di una deregulation non dichiarata. Dice la signora Pisani a Repubblica: "Questa tragedia deve servire a qualche cosa, può servire a dire basta a queste armi nelle case e in giro con questa estrema facilità.

Magari la morte di mio figlio, e degli altri, del giudice Ciampi, può servire a salvare anche solo un'altra vita umana. Magari le armi possono essere conservate nel poligono che i tiratori frequentano e basta. Ma quello che è accaduto a Milano non può passare come acqua sulla pietra".

Le parole di questa donna, oltre alla dignità del dolore, denunciano che nei mille causidici distinguo della nostra legislazione, e a valle di ben due riforme (nel 2010 e nel 2013) dell'articolo 35 del Testo unico delle leggi di Pubblica Sicurezza (la norma che fissa i requisiti necessari al rilascio della licenza), l'unico principio di buon senso che non ha sin qui trovato diritto di cittadinanza è proprio quello indicato dalla signora. Che una 7,65 non è una canna da pesca, né una tavola da surf o un paio di sci.

Dunque, che chi fa sport con una pistola, non per questo debba possederla, essendo sufficiente impugnarla solo e soltanto nel poligono che dovrebbe custodirla. Il ministro dell'Interno Angelino Alfano promette ora una "riflessione" e una "decisione". Il che, oltre a impegnarlo insieme al governo, segnala anche un'ammissione.

Anche questa, a suo modo, indicativa. Nel Paese che, non più tardi di due mesi fa, ha messo mano per decreto al codice penale e a quello di procedura penale per rendere più stringenti gli strumenti della magistratura e della polizia giudiziaria nella prevenzione della minaccia islamista, non è dato sapere quante armi legalmente registrate circolino.

Soltanto il 4 maggio prossimo, infatti, scadrà il generoso termine con cui, nel 2013 (2 anni fa), è stato imposto l'obbligo per chiunque si sia ritrovato un'arma in casa - perché ereditata o perché detenuta in forza di un porto d'armi scaduto e non rinnovato - di presentarsi in una questura per denunciarla ovvero per riconsegnarla. È evidente che la vicenda di Claudio Giardiello non può diventare un paradigma sociale o l'epifania di un incipiente Far West.

Ed è altrettanto evidente che un'indagine accerterà in quale delle mille pieghe delle nostre burocrazie della sicurezza si sia prodotta la falla che gli ha consentito di scegliere tempi, luoghi e bersagli della sua psicosi. Ma c'è una verità elementare che non può sfuggire al ministro dell'Interno e al presidente del Consiglio. La comparsa di una pistola, non solo in un film o in un libro, ma anche e soprattutto nella vita reale anticipa solo il momento in cui quella pistola farà fuoco. Almeno una volta.

E dunque, la difesa della nostra sicurezza non passa soltanto nel controllo di chi quella pistola ha diritto di impugnarla (non fosse altro per la oggettiva difficoltà di un'indagine psicologica accurata), ma nella restrizione severa dei luoghi in cui può essere custodita, trasportata e utilizzata. Per questo, le parole di quella madre non meritano solo ascolto o riflessione. Meritano una decisione. Rapida. E per una volta semplice.