www.camerepenali.it, 28 gennaio 2015
L'oramai esangue rito dell'inaugurazione dell'anno giudiziario fa infine almeno i conti con la verità. E così, attraverso le parole del Primo Presidente della Corte di Cassazione Giorgio Santacroce, finisce anche con il dirci dove avevamo torto e dove avevamo ragione. Avevamo avuto ragione quando dicevamo che la corsa dissennata agli aumenti delle pene edittali non è mai uno strumento adeguato nel contrasto dei fenomeni criminali e che non si sarebbe mai dovuto legiferare sulla base di "impulsi emotivi".
Avevamo ragione anche quando dicevamo che allungare i termini di prescrizione è inutile, che rischia di rendere irragionevolmente lunghi i tempi del processo. Avevamo ragione quando affermavamo che andava ripensato l'intero sistema sanzionatorio, ed avevamo avuto ragione quando avevamo detto che il carcere doveva essere l'extrema ratio, che le condizioni delle carceri del nostro paese erano indegne di un paese civile, per i condannati e per gli imputati in attesa di giudizio.
Avevamo avuto ragione quando dicevamo che il reato di tortura doveva essere introdotto nel nostro ordinamento colmando un vuoto normativo oramai insopportabile. Avevamo avuto ragione anche quando avevamo denunciato il protagonismo della magistratura, l'indebita ricerca di consenso e quando avevamo ancora segnalato come una corretta e responsabile interpretazione ed applicazione delle norme processuali vigenti, secondo il principio del "minimo sacrificio possibile" avrebbe reso inutili le reiterate, e spesso tautologiche, riforme sulla custodia cautelare.
Abbiamo invece avuto torto quando abbiamo ritenuto che l'intera magistratura si potesse riconoscere in questa visione, laica e liberale, del processo, mentre abbiamo sentito chiedere ad alta voce inasprimenti delle pene come unica soluzione di ogni male e come unico rimedio ai delitti, e l'interruzione della prescrizione come unico strumento di salvezza del processo. Abbiamo avuto ancora torto nel ritenere che l'intera magistratura condividesse quella stessa interpretazione del suo ruolo collocata al di fuori di pericolosi protagonismi, convinta di svolgere davvero un servizio in favore di tutti i cittadini e pronta dunque a riconoscere anche la necessità della riforma sulla responsabilità civile che l'Europa da tempo ci chiede, senza denunciare la riforma come un indebito strumento per ottenerne "obbedienza", come un attacco alla sua indipendenza. Abbiamo avuto torto nell'immaginare che si potesse anche condividere, da parte di tutti, quel richiamo al ruolo pericoloso delle correnti, che sono state invece difese ad oltranza sebbene spesso si trasformino, esse stesse, in un pericolo effettivo per l'autonomia interna della magistratura intera.











