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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 15 marzo 2015

 

Un rapporto del ministero sulla Giustizia penale mette in luce come un quarto dei processi in primo grado dura oltre due anni, a cui vanno aggiunti i tempi delle procure. Esponendo lo Stato al rischio risarcimento per effetto della legge Pinto. Concentrare gli sforzi sul 25% dei processi penali. Soprattutto quelli che si svolgono con rito collegiale.

Nella consapevolezza, puramente teorica naturalmente, che un "fermo biologico" di un anno della giustizia penale permetterebbe di smaltire pressoché totalmente tutti i processi in lista d'attesa. Il ministero della Giustizia, e segnatamente il Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria (ora guidato dall'ex presidente del tribunale di Torino Mario Barbuto) in collaborazione con l'ufficio statistiche del ministero, scatta, dopo quella del civile, una fotografia anche del settore penale.

Da ieri è infatti disponibile sul sito del ministero una mole di dati imponente. Che rappresenta un punto di riferimento fondamentale di conoscenza per poi mettere in atto interventi più mirati, ufficio per ufficio, nel rispetto dell'autonomia dei vertici delle diverse sedi, per aggredire in maniera più consapevole il debito pubblico della giustizia italiana.

Per valutare il livello di gravità della durata delle procedure che si protraggono oltre i termini di legge, si sottolinea nella relazione di Barbuto che nella cifra di 3.544.633 pro-cessi pendenti a fine 2013 sono compresi i seguenti procedimenti: in Corte di Cassazione 31.871, pari allo 0,9% del totale; nelle Corti d'appello 266.475 (7,5%) mentre i processi non ancora definiti dagli Uffici giudicanti di primo grado sono 1.530.076 (43,2%) di cui: 1.314.511 (37%) nei tribunali ordinari; 172.439 (4,9%) dai Giudici di pace e 43.126 (1,2%) nei Tribunali per i minorenni.

I procedimenti non ancora definiti dagli uffici requirenti sono invece 1.716.211 (48,4%) di cui il 47,9% presso le procure dei tribunali ordinari e lo 0,43% presso le procure dei Tribunali per i minorenni. In sintesi il 48,4% dei procedimenti sono pendenti presso gli uffici requirenti; il 43,2% davanti ai giudici di primo grado (di cui 37,1% davanti ai tribunali ordinari); il 7,5% in Appello e lo 0,9% in Cassazione. Ora, tenuto conto del dati di esaurimenti totali nel corso del 2013 pari a 3.288.184, è possibile affermare che, se per un anno e un mese non entrassero più affari penali, il sistema azzererebbe il totale dell'arretrato. Dato accademico certo, ma che suona un po' meno teorico perché corrobora la produttività della magistratura.

Quanto alla durata, altro elemento chiave del "problema giustizia" anche in chiave internazionale, il monitoraggio del ministero mette in luce come tendenzialmente più della metà dei processi penali in primo grado dura meno di un anno, circa il 25% dura tra 1 e 2 anni e l'altro 25% dura oltre due anni (in tutti vanno aggiunti i tempi delle procure).

Ed è su quest'ultimo quarto che deve concentrarsi, sottolinea la relazione di Barbuto di accompagnamento ai dati, il massimo dello sforzo. Anche perché sono questi i processi che rischiano più degli altri di costringere lo Stato al risarcimento per effetto della legge Pinto.

Dalle statistiche della Giustizia emerge anche come una buona parte dei procedimenti critici si concentra in alcune tribunali. Per esempio, per quanto riguarda il primo grado, quasi un terzo del totale dei procedimenti giacenti a fine 2013 si concentra in dieci uffici. Con in testa Napoli con 61.149 pendenze, Santa Maria Capua Vetere con 58.793 e Roma con 48.901.

Dati importanti che però andrebbero incrociati con altri, di cui pure il ministero non è stato avaro, come quelli sulla scopertura dei posti di magistrato e del personale amministrativo o sul tasso di criminalità (processi per abitanti) e che lo stesso ministero avverte ora di volere utilizzare anche per la revisione delle piante organiche. Come pure a livello di strumenti, questa volta normativi, a disposizione, un elemento importante potrà essere rappresentato oltre che dal futuro e annunciato intervento di depenalizzazione anche dalla possibilità di archiviazione per tenuità del fatto che servirà almeno a temperare un'altra delle specificità italiane: l'obbligatorietà dell'azione penale.