di Gianluca Nicoletti
La Stampa, 27 aprile 2015
È senza dubbio un segnale di civilizzazione digitale quello che si legge nella sentenza della Suprema Corte. Gli ermellini prendono atto che ogni connessione equivale a una relazione, come pure è stato ribadito che le protesi elettroniche sono oramai la modalità più usuale per entrare in contatto tra esseri umani. Di conseguenza dobbiamo smetterla di fare distinzioni obsolete tra "virtuale" e concreto: le nostre vite, nel bene e nel male, sono coinvolte nella stessa maniera, sia quando digitiamo, sia quando qualcuno ci tiene il fiato addosso.
Merita invece una riflessione quell'accenno al fatto che i social network avrebbero sostituito "patologicamente" le precedenti maniere di allacciare rapporti interpersonali. La tecnologia non è una malattia che divora l'umanità, noi ci evolviamo proprio perché siamo animali tecnologici, è sempre avvenuto dal pollice opponibile in poi. Ci siamo evoluti e quindi usiamo macchine che ci espandono nelle nostre relazioni, ma non per questo ci stiamo allontanando da uno stato felice di esistenza, in cui l'infanzia era maggiormente salvaguardata dalle "tradizionali forme di socializzazione", che non tenevano certo i ragazzi alla larga da degenerati e molestatori.
Chi abusa di minori via computer è lo stesso che batteva i giardinetti, le scuole, i campetti parrocchiali. I giovani non vanno "disarmati" dei loro smartphone, ma piuttosto addestrati a gestirsi l'ombra digitale, come una volta si spiegava di non accettare caramelle dagli sconosciuti.










