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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 25 gennaio 2015

 

Possibile che la magistratura italiana non abbia la forza per affrontare la questione della giustizia non dal punto di vista proprio - diciamo "corporativo" - ma dal punto di vista della civiltà? È questo che mi colpisce: non i singoli attacchi di alcuni magistrati al governo, o alle riforme, o a certi provvedimenti, né i toni giustizialisti di molti, ma l'assenza di una visione generale.

La magistratura affronta il problema della giustizia come se fosse un sindacato, e non il più forte, e acculturato, e inattaccabile tra i poteri dello Stato. Non sa elevarsi, non riesce a ragionare sul tema - storico, gigantesco - del rapporto tra potere giudiziario e società, e libertà, e democrazia. Tutte le relazioni dei Capi delle Corti di appello, che ieri hanno inaugurato l'anno giudiziario in tutt'Italia, si sono concentrate su solo due aspetti del problema: quello, diciamo così, poliziesco-investigativo, e quello dei problemi e dei diritti della magistratura.

Nessuno, neppure di sfuggita - tranne forse il dottor Scarpinato a Palermo - ha sfiorato il tema generale. E cioè il rapporto e l'equilibrio tra giustizia e democrazia, e dunque l'impianto e la forza - o la debolezza - dello Stato di diritto. L'avvocato generale dello Stato, Laura Bertolè, si è limitata ad attaccare il governo, definendo "misera" la riforma e collocandosi su una posizione che solitamente è quella dei Cobas.

Il Procuratore di Reggio, Macrì, ha sostenuto che la giustizia viene sacrificata alle ragioni del garantismo, ignorando il fatto che il garantismo - qualunque giurista lo sa, in ogni paese non totalitario - è la sostanza, l'anima, il cuore della giustizia, non un corpo estraneo, un nemico. Il procuratore di Bologna, Lucentini, si è lamentato perché la magistratura viene delegittimata, e perché il parlamento vara leggi che riducono i reati e dunque aumentano l'illegalità.

Il Presidente dell'Anm Sabelli ha convocato persino una conferenza stampa per spiegare che i magistrati non accetteranno mai "la responsabilità civile", cioè l'equiparazione giuridica agli altri cittadini. Persino il Procuratore Canzio, di Milano - l'unico forse che ha avuto il coraggio di polemizzare coi suoi colleghi - ha disquisito sulla legittimità o meno della convocazione a testimone di Napolitano nel processo Stato-mafia, restando dunque, anche lui, in una discussione - interessantissima - ma di tipo procedurale. Vedete: con sfumature e magari anche opinione diverse, ma tutti si pongono questo solo problema: "noi magistrati".

Non c'è stata una parola sulle carceri. Non un dubbio sulla legittimità di alcune leggi speciali. Niente discussione sui metodi di indagine, o sulla detenzione preventiva, o sullo squilibrio delle forze tra difesa e accusa che ha deteriorato il funzionamento del nostro processo. Non una parola - una sola parola - su amnistia e indulto, e cioè su un tema abbastanza importante, sollevato recentemente da personalità di un certo rilievo come un presidente della Repubblica e tre papi. Non credo francamente che oggi in Italia esista, come ha detto il dottor Lucentini di Bologna, una delegittimazione della magistratura.

Se esiste, però, consiste solo in questo: nello squilibrio spaventoso tra il potere che ha assunto e la sua capacità di elaborare pensiero, idee, al di fuori della difesa dei propri interessi. P.S. Il dottor Scarpinato ha posto il problema della presenza eccessiva di "poveri" nelle prigioni. Ha fatto notare che su circa 25 mila condannati in carcere, poco più di 30 sono quelli imprigionati per ragioni di corruzione. Chiaro che il problema esiste. Forse però Scarpinato potrebbe prendere in considerazione l'idea che si tratta di ridurre i 25.000, per esempio attraverso una fortissima depenalizzazione di reati che non meritano il carcere, e non di aumentare il numero dei carcerati per corruzione.