di Luigi Manconi
La Repubblica, 29 aprile 2022
Evocare il diritto internazionale proprio mentre il diritto internazionale viene sistematicamente mortificato in territorio ucraino (e, va da sé, in mezzo mondo) può apparire esercizio da anime belle. Eppure, il richiamo a sistemi di giustizia universale, mentre si consumano devastazioni e stragi, un suo significato comunque lo ha: esile, incerto, precario.
E, tuttavia, tangibile. Segni, indubbiamente piccoli segni, ma di cui non è impossibile immaginare uno sviluppo futuro e persino - e nonostante tutto - una imprevedibile potenza. Il primo segno è rappresentato dal fatto che già ora, e da quasi due mesi, funzionari e investigatori della Corte Penale Internazionale dell’Aja siano attivi in Ucraina per raccogliere testimonianze, indizi e prove dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità che vi sarebbero in corso.
Certo, la domanda delle domande è: ma si arriverà mai a processare Vladimir Putin per quei delitti? È un grave errore immaginare che questo sia il solo interrogativo che davvero conti. Non è così, qualsiasi passo avanti nel percorso tanto arduo per costruire una giustizia internazionale è comunque un progresso estremamente positivo: al fine di sottrarre alla barbarie un qualche spazio e affermarvi il diritto.
Seconda notizia: alcune settimane fa il Tribunale penale di Coblenza, in Renania-Palatinato, ha condannato all’ergastolo l’ex colonnello dell’esercito siriano Anwar Raslan, dopo averlo riconosciuto colpevole di crimini contro l’umanità per aver inflitto torture a circa 4mila persone nella prigione di Al-Khatib, in territorio siriano. Il tribunale di Coblenza ha ricostruito le decine di casi di violenza sessuale e omicidi perpetrati tra il 2011 e il 2012, periodo in cui Raslan era dirigente degli apparati di sicurezza del governo di Bashar al-Assad.
La Corte, appellandosi al principio della giurisdizione universale, ha avviato il processo nell’aprile del 2020, ascoltando almeno 80 testimonianze durante 180 udienze. Anwar Raslan, arrivato in Germania come rifugiato, era stato riconosciuto da una delle sue vittime che lo aveva denunciato alle autorità. L’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, commentando la sentenza, ha affermato che si tratta di “un chiaro esempio di come i tribunali nazionali possano e debbano colmare le lacune di responsabilità per crimini come questi, ovunque siano stati commessi”. Si dirà: una goccia nel mare di una gigantesca impunità. Eppure valorizzarla, forse, non è superfluo.










