di Giovanna Vitale
La Repubblica, 24 luglio 2025
I sondaggi sono già stati commissionati. Incassato l’ok alla riforma della giustizia in seconda lettura, a Palazzo Chigi è partito il conto alla rovescia in vista del referendum che, annunciato dal Guardasigilli per la prossima primavera, dovrà confermare o bocciare la separazione delle carriere. In Parlamento il ddl Nordio non ha infatti raggiunto il quorum dei due terzi previsto dall’iter di revisione costituzionale che avrebbe evitato il ricorso alla consultazione popolare.
Un appuntamento a cui Giorgia Meloni inizia a guardare con una certa apprensione. Per questo ha deciso di affidarsi agli istituti demoscopici: vuol capire cosa ne pensano gli italiani, provare a pronosticare l’esito di una battaglia che le opposizioni minacciano durissima, si vince o si perde per un solo voto, a prescindere dall’affluenza. Preoccupata di fare la fine di Matteo Renzi, che nel 2016 fu costretto a dimettersi dopo aver visto naufragare, proprio nelle urne, la sua proposta per superare il bicameralismo perfetto.
Non è un caso che abbia già messo le mani avanti. Dichiarando che se il risultato dovesse essere negativo, lei non se ne andrà e neppure l’esecutivo subirà conseguenze. Ma il Pd non la pensa così. “Questa non è una riforma della giustizia, è il tentativo di delegittimare e assoggettare la magistratura al governo per indebolire la nostra democrazia”, ha tuonato ieri la segretaria Elly Schlein. Con il referendum, appunto. Mobilitando gli elettori per far prevalere il no. Grazie anche ai tanti comitati e associazioni che si stanno già attivando.
Uno scontro che si preannuncia cruento. La maggioranza non ha difatti alcuna intenzione di mollare. Meno che mai a un passo dal veder coronato il sogno di Silvio Berlusconi. “Siamo tranquilli, il referendum è uno straordinario strumento di democrazia diretta”, sparge ottimismo Francesco Paolo Sisto, viceministro alla Giustizia.
Il ministro Nordio intanto attacca Renzi, che ha criticato la riforma: “È persona di grande intelligenza che fa di tutto per nasconderla”. Ma alla Camera non risponde alle interrogazioni sulla vicenda Almasri, il torturatore libico sul quale pende un mandato della Corte penale internazionale e che l’Italia ha liberato. “Su Almasri dove io sono indagato e tenuto al segreto istruttorio di tutti gli atti, di cui non capisco come possano essere a conoscenza gli organi di stampa e su questo dovremo fare un chiarimento, ho già reso un’informativa”, dice, non escludendo però di riferire “più avanti”: “Almeno per rispetto al Tribunale dei ministri, aspettiamo le sue decisioni e la pubblicazione degli atti dopodiché sarà nostro compito aprire un dibatto parlamentare, se sarà necessario”.











