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di Marisa Fumagalli

 

Corriere della Sera, 24 febbraio 2015

 

Incarcerato, umiliato, assolto. Ed ora anche risarcito con 40.000 euro, che saranno devoluti a sostegno di un ente specializzato nell'assistenza di chi soffre "a causa delle ingiustizie". Il principe Vittorio Emanuele si rilassa con la moglie Marina, la nuora Clotilde e i nipoti, sulle nevi di Gstaad dove c'è la residenza di montagna della famiglia Savoia.

Dopo la pubblicazione della notizia, ha parlato con il suo avvocato Francesco Murgia, avvertendolo che avrebbe affidato il suo commento a un comunicato stampa. "Sono felice - scrive - perché oggi, attraverso un segno concreto che dimostra ancora una volta come quella vicenda sia stata solo una fiera di assurdità e di sopraffazione, giustizia si compie ancora una volta. Giustizia per me, giustizia per la mia Casa, giustizia per i miei cari e per coloro che mi sono stati vicini in questi anni".

La vicenda giudiziaria di Vittorio Emanuele di Savoia comincia nel 2006 quando il pm Henry John Woodcock ne ordina l'arresto in carcere contestandogli una serie di reati infamanti: associazione a delinquere per sfruttamento della prostituzione, corruzione, gioco d'azzardo. Clamore mediatico, reputazione a pezzi. Risultato? L'inchiesta va avanti, si divide, si ingarbuglia e nel settembre del 2010 il principe viene assolto "per non aver commesso il fatto". Quindi, la richiesta di indennizzo alla Corte d'Appello di Roma, andata a buon fine. Quattro anni per la sentenza, cinque per il risarcimento. Sentiamo al telefono il figlio Emanuele Filiberto: "Sono molto felice, ma provo un senso di tristezza di fronte ai tempi lunghi della giustizia in un Paese democratico come l'Italia. Penso alle persone che non hanno i mezzi per difendersi, per intentare cause civili di risarcimento".

"Ricordo - continua Savoia junior - che mio padre ha fatto 7 giorni di carcere, 1 mese agli arresti domiciliari, 3 mesi di divieto d'espatrio". E dire che i Savoia sono riusciti a rientrare in Italia dopo mezzo secolo di esilio (con l'abrogazione della XIII disposizione transitoria della Costituzione); poi, il principe c'è rimasto "forzatamente".

"I 40.000 euro versati dallo Stato - continua il figlio - sono una somma irrisoria se si considera la montagna di quattrini spesi per l'inchiesta giudiziaria. Ore e ore di intercettazioni, anche in cella dove il pm sperava di carpire prove inesistenti. Mio padre, che ha 78 anni, uscì dal carcere moralmente e fisicamente distrutto. Non si è più ripreso". Anche il duca Amedeo d'Aosta, cugino di Vittorio Emanuele, rivolge un pensiero di solidarietà.

"Hanno fatto bene a risarcirlo ed è poco rispetto al danno che ha subito", dice superando la vecchia ruggine tra parenti rivali, aspiranti al "trono dei Savoia". C'è tutto in Cifra Reale, il libro che Amedeo ha appena pubblicato. E Andrea Rosso, segretario del Movimento monarchico italiano, pur soddisfatto per "il nostro candidato re", commenta: "Atto dovuto, ma non sono i soldi che risarciscono la reputazione infangata".