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di Maria Novella De Luca

La Repubblica, 24 aprile 2023

L'appello di Giuseppe Nicolò, direttore del dipartimento di salute mentale della Asl5 di Roma. “Una tragedia annunciata, conoscevo bene Barbara Capovani. La nuova legge sulle Rems si è rivelata un fallimento. Da tempo denunciamo i gravissimi rischi che corre chi lavora nel nostro campo”.

 “Conoscevo bene Barbara Capovani, una collega straordinaria, la cui unica colpa è stata quella di aver cercato di curare l’uomo che l’ha aggredita. Tre figli, una leader, di enorme umanità con i suoi pazienti. Questa è una tragedia annunciata. Sono anni che denunciamo i gravissimi rischi di chi lavora nel campo della salute mentale, in particolare nelle “Rems”. Ma nessuno ci ha ascoltati”.

Sono amare le parole di Giuseppe Nicolò, direttore del Dipartimento di salute mentale della Asl5 di Roma, all’interno della quale si trovano tre Rems, ossia Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Strutture nate dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari nel 2015, nelle quali vengono ricoverati soggetti con problemi mentali che hanno commesso reati.

“Chiudere quei manicomi è stato giusto, un atto di umanizzazione, ma la legge sulle Rems è stata un fallimento. Siamo in una perenne condizione di pericolo - denuncia Nicolò - mentre per soggetti come l’aggressore di Barbara non esistono strutture adeguate. Dunque restano a piede libero. Liberi di fare del male”.

Le Rems però hanno segnato la fine della vergogna degli ospedali psichiatrici giudiziari. Perché non funzionano?

“È stato totalmente sottovalutato il criterio della sicurezza, anche per ragioni ideologiche. Se negli “Opg” i pazienti venivano soltanto contenuti e non curati, oggi nelle Rems prevale, giustamente, l’aspetto sanitario. Ma noi trattiamo persone che hanno anche una pericolosità sociale, hanno commesso reati, possono aggredire e spesso aggrediscono. Però nelle Rems non è previsto alcun servizio di sicurezza. Vi sembra possibile?”.

Ed è stata una scelta ideologica?

“In parte sì. Per sottolineare che si trattava di luoghi di cura e non carceri. Ma è stata fallimentare. Oggi non abbiamo per legge nessun strumento giudiziario per fermare un paziente pericoloso. Lo ha ammesso anche una sentenza della Consulta del 2022 che aveva invitato la politica a cambiare la norma. È rimasta lettera morta”.

Gianluca Paul Seung, l’aggressore della dottoressa Capovani, avrebbe avuto titolo per essere ricoverato in una Rems?

“No, ma può accadere che soggetti come lui, intrattabili con i farmaci, di violenza incoercibile ma non incapaci di intendere e di volere, vengano poi inseriti nelle Rems o nelle case famiglia per mancanza di alternative. Con gravissimi danni per i pazienti ed enorme rischio per medici e operatori”.

Dove dovrebbero allora essere curati?

“È questo il problema. In Italia non sappiamo dove metterli. Hanno un disturbo psichiatrico, in questo caso narcisistico e paranoico, ma anche atteggiamenti antisociali. Sono imputabili, processabili ma in carcere sono ingestibili. Quindi quando vengono condannati finiscono sempre ai domiciliari. E poi a piede libero”.

Quale sarebbe invece il tipo di struttura adeguata?

“Percorsi carcerari ad alta sanitarizzazione. Sull’esempio delle “Sdpd” inglesi, reparti di massima sicurezza con assistenza psichiatrica”.

Però in Italia non ci sono.

“Esatto. Capite il rischio? Vorrei ricordare che dieci anni fa a Bari, fu assassinata da un paziente la psichiatra Paola Labriola. Senza che tutto ciò si trasformi in stigma, bisogna che il sistema sanitario prenda atto che esistono soggetti per i quali ci vogliono luoghi di cura con una tutela alta”

Anche nelle Rems?

“Sì. Si è passati dal sistema di puro contenimento dei manicomi criminali ad un sistema unicamente sanitario per pazienti psichiatrici che hanno commesso reati. E’ evidente che non può funzionare. Oggi siamo tutti a rischio”.

Quali saranno le vostre azioni di protesta?

“I direttori dei 130 dipartimenti di salute mentale d’Italia firmeranno una lettera con la quale chiediamo alla premier Meloni, al ministro della Sanità Schillaci di dare seguito alla sentenza della Consulta del 2022. Oggi tutti i servizi alle 12 osserveranno due minuti di silenzio in segno di solidarietà con Barbara Capovani. Per sensibilizzare le istituzioni ad un intervento risolutivo, perché non accada mai più”.