di Grazia Longo
La Stampa, 5 febbraio 2024
La procuratrice dei minori di Palermo Claudia Caramanna: “La nazionalità non c’entra, pesa il disagio sociale. I ragazzi in gruppo commettono reati più gravi e i social amplificano il problema”
Sono trascorsi appena sei mesi, ma il copione si è ripetuto con la stessa brutalità. Lo scorso 7 luglio un branco di sette giovani violentò una ragazza di 19 anni a Palermo e, sempre in sette, il 30 gennaio scorso hanno abusato di una tredicenne, costringendo il suo fidanzato ad assistere all’aggressione. A Palermo si trattava di sette italiani, tra cui un diciassettenne, a Catania sono tutti egiziani, ma la furia criminale è sempre la stessa.
Il filo diretto Palermo-Catania è a dir poco inquietante. Intravede delle similitudini?
“Ci sono molte analogie tra i due episodi di violenza. A partire dal fatto che il comune denominatore è il totale spregio dell’altro, la totale mancanza di rispetto di una ragazza che non viene considerata come un essere umano, ma come un oggetto, come una cosa. Assistiamo a una totale assenza di empatia da parte degli aggressori”.
Perché?
“Siamo di fronte alle conseguenze della totale mancanza di educazione all’affettività. E qui veniamo al punto dolente: occorre intervenire non solo a livello repressivo, ma anche e soprattutto a quello preventivo. Intendendo per prevenzione proprio un’educazione all’affettività sia da parte delle famiglie, sia delle scuole e dei servizi sociali”.
Che cosa non funziona nelle famiglie di oggi?
“Assistiamo a un crescendo di indifferenza di alcuni genitori nei confronti dei figli: gli adulti spesso troppo presi dai loro egoismi non sanno più osservare e ascoltare i figli e li lasciano in balia dei social media, che peraltro costruiscono anche un problema nei casi di violenze sessuale perché, con la diffusione delle immagini, contribuiscono ad amplificare il problema. Per non parlare poi della visione distorta della sessualità che spesso filtra dai social. Ha fatto bene il campione di tennis Jannik Sinner ad invitare i giovani a diffidare dei social media”.
Quanto sono importanti la scuola e i servizi sociali in questa opera di prevenzione?
“Moltissimo, perché possono offrire un contributo decisivo ad educare i giovani al rispetto dell’altro e dei suoi sentimenti”.
Ritiene che gli abusi sessuali siano un fenomeno in crescita?
“Sì, purtroppo c’è un trend al rialzo. Non è semplice capire perché questo accada, in quanto sono molteplici i fattori all’origine. Ma credo che alla base ci sia il presupposto di voler abusare di chi è in una situazione di fragilità, in alcuni casi magari anche di ragazze che hanno bevuto o fatto uso di sostanze stupefacenti. Dimenticando che nel caso si presentassero queste eventualità il reato di violenza sessuale avrebbe anche l’aggravante della minorata difesa. Nel senso che la ragazza non era nelle condizioni di difendersi e quindi l’aggressione è ritenuta ancora più grave”.
Lei insiste molto sulla necessità di potenziare la prevenzione. E sul piano repressivo? Ritiene che le leggi attuali siano sufficientemente adeguate?
“Per fortuna il Decreto Caivano ci ha fornito più strumenti nei confronti dei minori che commettono reati gravi. Ma un passo avanti si dovrebbe fare nel campo delle lesioni perché attualmente si possono arrestare solo i minori che commettono lesioni con una prognosi superiore a 40 giorni, mentre secondo me bisognerebbe estendere l’arresto a ogni genere di lesioni. Tanto più che assistiamo sempre più spesso al dilagare delle baby gang che, peraltro, si immortalano sui social con armi di grosso calibro”.
Tornando agli abusi sessuali, che cosa contribuisce a rafforzare la posizione degli aggressori?
“Sicuramente la logica del branco: i ragazzi, ancora più se minori, insieme commettono reati più gravi. Spesso presi uno ad uno non sono così violenti e pericolosi ma dal branco traggono linfa vitale”.
Alcuni esponenti della Lega sono tornati alla carica rilanciando l’esigenza della castrazione chimica. Che cosa ne pensa?
“Personalmente sono contraria, perché sono convinta che non risolverebbe il problema. Molto meglio intervenire sulla prevenzione”.
Nel caso estivo di Palermo i violentatori erano italiani, ora a Catania siamo di fronte a sette egiziani. La nazionalità a cui si appartiene influisce sulle aggressioni?
“No, non credo. La violenza è del tutto trasversale, la nazionalità di appartenenza non c’entra nulla. L’elemento ricorrente, piuttosto, è il disagio sociale in cui vivono alcuni ragazzi, che magari abitano in quartieri dormitorio dove i servizi sociali non sono presenti come dovrebbero. Su questo fronte si dovrebbe fare molto di più”.










