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di Alfio Maggiolini

doppiozero.com, 4 novembre 2026

Il 22 ottobre 2026 il governo ha approvato il decreto-legge n. 190, che contiene disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile. Il decreto vuole essere una risposta ai danneggiamenti e ai saccheggi del 17 ottobre nel centro di Milano ma, oltre a prevedere pene più elevate per questo tipo di reati, conferma le disposizioni contenute in un precedente disegno di legge, del luglio scorso, che introduceva un’importante modifica di un articolo del Codice di procedura penale minorile n. 448, che dal 1988 regola l’intervento penale con i minori. A seguito di questa modifica la capacità di intendere e volere di un minore non deve più essere verificata caso per caso, ma è presunta fino a prova contraria. Questo significa che un minore in linea di principio è considerato imputabile come un adulto, anche se le pene restano diminuite in ragione della minore età.

Il disegno di legge aveva già suscitato molte perplessità nella magistratura minorile, anche perché nella pratica dei tribunali per i minorenni i casi in cui un giudice decide di non procedere perché accerta l’incapacità di intendere e volere del minore sono rarissimi. Sono situazioni di manifesta incapacità, spesso dovuti al riconoscimento di deficit o patologie e non a un’immaturità evolutiva. In tutti gli altri casi, invece, i giudici avviano il procedimento penale per i minori, seguendo il Codice di procedura penale minorile, che prevede le pene per i diversi reati insieme alla possibilità di adottare altre misure, come la messa alla prova. Questa misura implica una sospensione del processo, ma senza nessun riconoscimento di un’incapacità di intendere e volere. L’adolescente che è messo alla prova, infatti, riconosce il reato commesso, di cui si assume piena responsabilità, dichiarando la propria disponibilità a seguire un percorso di impegno e di riparazione sociale. Le messe alla prova si chiudono positivamente nell’80% dei casi, ma quando l’esito è negativo il giudice comunque condanna il minore alla pena prevista per il reato per cui è imputato.

Le giustificazioni addotte dal governo nella relazione tecnica che accompagna il recente provvedimento sull’imputabilità si fondano soprattutto sull’idea che vi sia un’anticipazione dello sviluppo degli adolescenti attuali. Al momento questa argomentazione si limita a modificare la presunzione di imputabilità per i minori dai 14 ai 18 anni, ma è evidente che, se accettata, potrebbe avere come logica conseguenza l’anticipazione di qualche anno dell’età imputabile, considerando la maturità di un dodicenne attuale come equivalente a quella di un quattordicenne di qualche anno fa. Non è chiaro a quale arco temporale rimandi questo ipotetico processo di adultizzazione degli adolescenti, ma il riferimento al codice di procedura penale minorile del 1988 lascia intendere che questi cambiamenti possano essere stati attribuiti in particolare alla generazione attuale.

I dati di cui disponiamo sullo sviluppo degli adolescenti, in realtà, non confermano questa convinzione. È vero che c’è stata una forte anticipazione della maturazione puberale documentata a partire dalla metà dell’Ottocento, con una fase di discesa rapida fino alla metà del Novecento, seguita da una successiva stabilizzazione fino all’inizio degli anni Duemila con un’ulteriore lieve tendenza all’anticipo negli ultimi decenni. Quest’anticipazione dello sviluppo fisico, comunque, è di lungo periodo e non certo degli ultimi anni, tanto che per definire questo fenomeno si parla di “tendenza secolare”.

L’anticipazione puberale riguarda il corpo degli adolescenti, tanto da essere attribuita soprattutto a effetti dovuti a cambiamenti nell’alimentazione, ma a questa precoce maturazione fisica corrisponde una parallela anticipazione dello sviluppo mentale? Mentre fino a qualche decennio fa non si avevano conoscenze sul modo in cui cambia il cervello degli adolescenti, le ricerche condotte con le risonanze magnetiche hanno mostrato in realtà che il loro cervello continua a maturare dopo la pubertà, in un lungo processo che si conclude ben dopo i vent’anni. Quando si valuta l’imputabilità degli adolescenti, quindi, è indispensabile tener conto del fatto che il loro cervello non ha raggiunto la stessa maturità di quello degli adulti. Queste conclusioni sono documentate in numerosissime pubblicazioni scientifiche.

Al di là di questi dati neurologici, anche i risultati delle ricerche sui comportamenti degli adolescenti attuali mostrano che la tendenza complessiva non è ad accelerare lo sviluppo, ma a rallentarlo. Ci sono molti indicatori a conferma di questa tendenza, come ben documentato nel recente libro di Jonathan Haidt, La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), che mostra che lo sviluppo emotivo e sociale dei bambini e degli adolescenti di oggi, immersi nella rete, tende a rallentare più che ad anticipare. Le principali tappe dello sviluppo verso la maturità, come prendere la patente, fare le prime esperienze lavorative o sessuali o avviare relazioni sentimentali stabili sono raggiunte dopo e non prima rispetto alle precedenti generazioni. Le stimolazioni del mondo virtuale, infatti, non accompagnate da esperienze nel mondo reale, non accelerano l’autonomia e la capacità di autoregolazione, ma la rallentano. La tendenza a ritardare l’adultizzazione, che è comune a tutto il mondo occidentale, è ancora più accentuata in Italia, dove il raggiungimento dell’autonomia avviene più tardi se confrontata con la maggior parte degli altri paesi europei. Questi dati psicosociali sono indirettamente confermati anche da altri studi, che mostrano che gli adolescenti che vivono in contesti socioeconomici migliori e più stimolanti tendono ad avere un ritardo e non un’anticipazione sia nelle tappe di crescita sia dello sviluppo neurologico.

In sintesi, all’anticipazione della pubertà non corrisponde un processo di adultizzazione psicosociale. Quello che si produce è piuttosto un disallineamento (mismatch) tra i due percorsi, un disequilibrio che contribuisce al rallentamento nel processo di adultizzazione e non alla sua accelerazione. È possibile, allora, che nuovi orientamenti in merito all’imputabilità, più che essere giustificati da dati sullo sviluppo degli adolescenti, siano basati sull’andamento dei reati minorili, che siano quindi una diretta espressione dell’allarme sociale sui comportamenti violenti degli adolescenti. Anche in questo caso, tuttavia, non c’è una conferma di una tendenza all’aumento dei reati. Il recentissimo rapporto Eurispes sulla criminalità minorile indica che il numero di segnalazioni dei reati minorili del 2025 è sostanzialmente simile a quello del 2015. Anche reati particolarmente violenti, come gli omicidi, sono stabili. Uno sguardo più ampio ai reati commessi dagli adolescenti nel mondo occidentale a partire dagli anni Novanta mostra che la tendenza complessiva è alla diminuzione e che i numeri delle segnalazioni per i minori italiani confrontati con quelli di altri paesi europei e degli Stati Uniti è particolarmente basso.

È vero, tuttavia, che dopo un calo significativo dei reati, in particolare durante il lockdown, c’è stato un aumento di alcuni reati, in particolare certi reati di strada, come le rapine e le lesioni, da parte delle cosiddette baby gang (Alfio Maggiolini, Non solo baby gang, Franco Angeli, 2025). È difficile, tuttavia, attribuire queste tendenze recenti a cambiamenti nei livelli di maturità della generazione attuale degli adolescenti, che richiederebbero tempi molto più lunghi che non i pochi anni che ci separano dal Covid.

Altre variabili, invece, possono più facilmente spiegare questa rapida ripresa di alcuni reati, come le condizioni economiche di certi adolescenti e delle loro famiglie e la percezione di una crescente disuguaglianza sociale. I dati Istat, in effetti, mostrano che negli ultimi anni il potere reali dei salari si è andato progressivamente riducendo e che c’è stato un significativo aumento della povertà in Italia, che è particolarmente accentuato in famiglie in cui ci sono genitori di origine straniera.

Occorre anche tener presente che l’andamento della delinquenza minorile nel breve periodo può essere in parte anche un riflesso di alcuni cambiamenti legislativi, che hanno introdotto nuove fattispecie di reato o ne hanno aggravato le pene. Per esempio, un aumento di reati di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale può essere almeno in parte ricondotto a comportamenti messi in atti da minori detenuti negli istituti penali minorili nei confronti degli agenti di custodia, che a loro volta sono correlati proprio al maggiore affollamento di questi istituti, in un paradossale circolo vizioso.

Si può certamente pensare all’imputabilità dei minori come l’espressione di un modo di essere individuale degli adolescenti, la loro maturità fisica, neurologica o psicologica. In un’altra prospettiva, tuttavia, si può tener conto della dimensione sociale e relazionale nel riconoscimento della responsabilità. Essere ritenuti responsabili, infatti, significa essere tenuti a rispondere delle proprie azioni. Anche i genitori o gli insegnanti ritengono responsabili i propri figli o studenti, fin da bambini quindi, in relazione a quello che si aspettano da loro, tanto che possono decidere di punirli con diversi provvedimenti (educativi e non penali).

Con l’ingresso in adolescenza un minore deve rispondere del suo comportamento non più solo agli adulti di riferimento, ma alla società nel suo insieme. Essere chiamato a rispondere penalmente del proprio comportamento, quindi, implica essere riconosciuto come socialmente responsabile. Per questo l’imputabilità degli adolescenti, oltre a essere valutata in base al loro livello di sviluppo, può essere correlata al riconoscimento delle loro responsabilità come soggetti sociali.

Se la presunzione di imputabilità contenuta nel decreto fosse basata su una nuova visione adultizzata degli adolescenti, tuttavia, cioè su un ampliamento di questo riconoscimento sociale, dovrebbe allora essere accompagnata da un parallelo allargamento delle loro responsabilità e dei loro diritti, per esempio anticipando la possibilità di lavorare, di firmare contratti, di sposarsi e di votare. Al momento, tuttavia, non ci sembra di assistere a una simile tendenza. Molti provvedimenti contenuti nei recenti decreti sulla delinquenza minorile, infatti, tendono piuttosto a riportare gli adolescenti sotto un maggior controllo degli adulti, infantilizzandoli, con il richiamo dei genitori alle loro responsabilità educative e a incentivare la loro funzione di controllo, e nello stesso tempo scoraggiando l’autonomia dei ragazzi, soprattutto ostacolando il loro essere in gruppo, che invece è una componente centrale proprio nel processo di sviluppo della loro nuova identità sociale.