di Roselina Salemi
Specchio - La Stampa, 13 aprile 2025
Tante famiglie non hanno dialogo con i ragazzi: capirli è molto difficile. La rabbia, il bullismo, la rete: a volte non sanno neanche di cosa parlano. “Adolescence”, serie Netflix dove un tredicenne di buona famiglia uccide una compagna di scuola, ha scosso come uno tsunami la banalità delle serie televisive. Tutti hanno detto la loro: sociologi, psicologi, pedagogisti, psichiatri, insegnanti, preti. Anche perché il tema dell’adolescenza è ultimamente molto frequentato: 85 saggi con impostazioni e tagli diversi dall’inizio dell’anno. E le quattro puntate di Netflix che sono contemporaneamente un poliziesco, un thriller psicologico, un esame sociologico della rabbia maschile, del cyberbullismo e di un sistema scolastico in crisi, hanno gettato molte famiglie nello sconforto.
Dopo aver visto la serie, i genitori di un ragazzino che un tempo sarebbe stato definito superdotato sono disperati: nessuno lo invita alle feste, è timido, è sovrappeso, è un genio della meccanica nel corpo di un bambino. Lo prendono in giro con particolare ferocia, e in casa si chiedono se nel silenzio della sua cameretta non stia progettando un qualche aggeggio letale contro chi lo maltratta.
Lo psichiatra Leonardo Mendolicchio (il suo ultimo saggio “L’amore è un sintomo” è uscito per Solferino) è preoccupato di quanto poco il mondo adulto sappia (o voglia) comprendere l’anima complessa delle nuove generazioni. Il linguaggio degli adolescenti è profondamente cambiato, deformato dall’ambiente digitale in cui sono immersi dalla nascita. La loro grammatica affettiva si manifesta in un codice visivo accelerato: stories, meme, silenzi, corpi esposti, emoji.
Matteo Lancini, presidente della fondazione Minotauro a Milano, in “Chiamami adulto” (Raffaello Cortina) dice semplicemente: l’unica cosa che salva genitori e figli è la capacità di incontrarsi. La Rete, i telefonini, i videogiochi rappresentano un gigantesco alibi che ci impedisce di vedere quanto alla base di un rapporto interrotto siamo soprattutto noi “grandi”.
Parlare di colpe dei genitori è facile come sparare sulla Croce Rossa. Si commettono errori, anche soltanto per far coincidere i figli con l’immagine “sognata” che abbiamo di loro. Ma gli adolescenti, ormai, vivono meno in famiglia e sempre più fuori. A dettare le regole è il gruppo dei pari, un fenomeno la cui forza stiamo sperimentando da poco. Nelle serie americane i ragazzi sono più preoccupati di essere carini, popolari, di rispondere a certi canoni (la cheerleader e il quarterback) che di non deludere mamma e papà. Questo modello sta diventando globale. Sin da piccoli, imparano che la vita è una gara: arrivare primi, prendere buoni voti, essere sportivi. La competizione comincia presto, il fallimento non è contemplato, e nemmeno il rifiuto. C’è meno tempo per essere bambini. L’adolescenza precoce e sessualizzata divora l’infanzia, la comprime, le ruba il tempo. Famoso l’aneddoto della bambina di nove anni che ha detto a Riccardo Scamarcio: “Scopami”. Sapeva di che cosa stava parlando?
Lo spaesamento dei genitori è reale: il mondo va troppo veloce, le regole di ieri non valgono più. Stesso spaesamento nella scuola, parafulmine di mille disagi: bullismo, disturbi alimentari, depressioni, hikikomori. Il gruppo dei pari può essere crudele. Conosco molte insegnanti che con buona volontà provano a offrire valori, e si sentono dire: è tutta “roba antica”. Oggi più che studiare bisogna essere visibili. E i ragazzi si trovano ad avere come modello Tony Effe e simili.
La sensazione è che siano gli adolescenti a dettare la linea agli adulti, costretti a inseguire i mutamenti spesso senza capirli. Così i due mondi si separano, e siccome la vita non è semplice, ai meccanismi di esclusione (purtroppo, quando qualcuno vince qualcun altro perde) si risponde in modo sempre più aggressivo. E il tenero Jamie diventa, nel caso estremo di Adolescence, un assassino. Nessuno ha la soluzione che permetta ai due mondi di parlarsi. Perciò gli adolescenti comunicano tra loro, si alleano, si piacciono, si detestano. Ci vorrebbe, come nelle versioni di greco, un traduttore.











