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di Glauco Giostra

Avvenire, 5 settembre 2024

Le professionalità penitenziarie patiscono un’ingiusta emarginazione culturale e sociale cui è necessario porre rimedio. Gravati da compiti difficili e importanti finiscono sotto i riflettori solo quando subiscono o usano violenza. Serve una maggior considerazione del loro operato in generale. Da quando i riflettori mediatici si sono finalmente soffermati, al prezzo di tante morti, sull’universo carcerario, capita non di rado di sentire parlare della polizia penitenziaria. Ma soltanto quando i suoi uomini subiscono o usano violenza. O in presenza dell’agghiacciante notizia del suicidio di uno di loro. Poi tornano, ingenerosamente al centro della disattenzione pubblica, a svolgere la loro difficile, delicatissima e mai gratificante, né gratificata funzione.

È infatti diffusa la convinzione che ci siano forze dell’ordine di serie A che cercano, individuano e catturano le persone che delinquono e forze dell’ordine di serie B che hanno il ben più agevole compito di tenerle segregate. Dovremmo, invece, avere un più alto concetto delle funzioni della polizia penitenziaria, i cui uomini devono sapere - non meno degli appartenenti alle altre forze di sicurezza - fronteggiare pericoli insidiosi; devono essere garanti della sicurezza degli operatori e dei detenuti, usando nei confronti di questi metodi rispettosi, ma non imbelli; devono affrontare sacrifici quotidiani gravosi in un contesto doloroso e mortificante; devono saper capire le personalità e le potenzialità dei soggetti a loro affidati; dare e pretendere rispetto.

In condizioni insostenibilmente degradate, contando su un numero del tutto insufficiente rispetto a quello dei detenuti, privi di qualunque riconoscimento sociale per il loro lavoro, devono incontrare la disperazione, il dolore, la ribellione (che non possono tollerare, pur comprendendone spesso le ragioni); cercare di prevenire l’orrore di un gesto autolesionistico o di un suicidio; segnalare agli organi competenti l’insorgere di un disturbo psichiatrico; accorgersi di silenziose e disgustose forme di sopraffazione tra detenuti; operare in condizioni igienico-sanitarie che non sarebbero tollerate in uno stabulario; cercare di farsi capire da soggetti che parlano lingue o idiomi incomprensibili, e che possono esprimere il loro sconforto soltanto con il pianto, con le urla, con l’insubordinazione o con la violenza, quando non con la rassegnazione disperata e autodistruttiva.

Devono svolgere una così delicata funzione all’ombra di fatiscenti strutture, mai rischiarata dai riflettori e dalle gratificazioni dei media: non si tengono conferenze stampa per celebrare un anno di ordinata e costruttiva convivenza nel penitenziario o la riconsegna alla società di soggetti recuperati. Nei rarissimi casi in cui attualmente un penitenziario - per struttura edilizia, per contenuto numero di ristretti, per organizzazione, per adeguate presenze del personale psicopedagogico, per illuminata direzione - riesce ad assomigliare a ciò che dovrebbe costituzionalmente essere, gli agenti della polizia penitenziaria devono saper essere ad un tempo agenti di custodia e di recupero.

Se le altre forze dell’ordine hanno l’arduo compito di assicurare delinquenti alla giustizia, loro hanno quello non meno impegnativo - garantita la sicurezza di questi soggetti e da questi soggetti - di collaborare, quali osservatori di prima prossimità, con gli operatori del trattamento per cercare di riconsegnarli migliori alla società. Non a caso si è insistito nei lavori degli Stati Generali dell’esecuzione penale sulla necessità di una loro formazione multidisciplinare per assolvere una così delicata e insostituibile funzione.

Da dove deriva allora l’ingrata sottovalutazione sociale della stessa? Innanzitutto, anch’essa risente di quella sorta di “stigma penitenziario” che accompagna, declassandola, qualsiasi professionalità che incroci la realtà della pena e della sua esecuzione: il magistrato di sorveglianza rispetto alla magistratura ordinaria, l’avvocato che si occupa di “carcerario” rispetto a quello che esercita soltanto in tribunale o in corte di assise, il docente penitenziarista rispetto al processual-penalista, il volontario nelle carceri rispetto alle altre espressioni del volontariato.

Niente di più infondato. È vero semmai il contrario: l’incontro con la persona in stato di innaturale segregazione, richiede maggiori capacità professionali. Purtroppo la collettività opera da sempre una sorta di rimozione sociale dell’espiazione carceraria, che istintivamente preferisce lasciare nella penombra dell’attenzione e della coscienza: non vuole né sapere, né vedere.

A questa emarginazione culturale e sociale delle professionalità penitenziarie si è aggiunto negli ultimi tempi un messaggio politico che mortifica ancor di più l’immagine della polizia. Quando il ministro Salvini si è precipitato a manifestare stentoreamente solidarietà ad alcuni appartenenti alla polizia penitenziaria imputati di reati gravissimi (persino del reato di tortura) a danno dei detenuti, affermando che tra le guardie e i ladri lui sta sempre dalla parte delle prime, non solo ha commesso una grave sgrammaticatura istituzionale, dovendo un Ministro essere soltanto dalla parte della legge, così come applicata dalla magistratura.

Ha offeso anche - involontariamente, ma inevitabilmente - la stragrande maggioranza della polizia penitenziaria che opera con correttezza, sacrificio e umanità in condizioni difficilissime, mostrando di considerarlo un corpo di polizia che deve soltanto garantire sicurezza nelle carceri con qualsiasi mezzo, anche gravemente illecito.

Allo stesso modo, quando si propone di abolire il reato di tortura “per non frenare lo slancio operativo” della polizia penitenziaria o quando si teorizza che bisogna essere garantisti nel processo, ma giustizialisti nell’esecuzione della pena carceraria, si finisce per degradare nell’immaginario collettivo la delicata, gravosa e insostituibile funzione di questi servitori dello Stato a quella di secondini girachiavi.