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di Nello Trocchia

Il Domani, 19 luglio 2026

Un poliziotto a Domani: “Clima tossico, vessazioni e umiliazioni”. “Io non mi sono mai pentito della mia scelta, ma questo ambiente è marcio, deve essere cambiato”. A parlare così a Domani è un giovane agente penitenziario che lavora in un carcere del Nord, sceglie l’anonimato per evitare ulteriori “problemi”. Da pochi mesi è entrato nel corpo e quello che ha visto nella sua prima assegnazione racconta fatiche e sofferenze di chi indossa una divisa tra celle e blindo. Racconta di vessazioni, addirittura di “umiliazioni professionali” che ha segnalato alle autorità. Ma non è un caso isolato. Lo scorso anno un agente penitenziario si era addirittura dimesso mentre era in servizio a Brissogne, nel carcere di Aosta. E proprio ad Aosta, nei giorni scorsi, alcuni poliziotti hanno preso carta e penna e scritto a sindacati, magistrato di sorveglianza e al difensore civico.

Dal Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, non è arrivata alcuna risposta, neanche l’attesa ispezione. “Parliamo di presunte intimidazioni, pressioni psicologiche, umiliazioni, utilizzo improprio degli strumenti di controllo e di un clima che avrebbe provocato disagio e sofferenza tra il personale. Tutto questo è indegno di uno Stato di diritto”, ha dichiarato Leo Beneduci, segretario Generale dell’Osapp. Proteste e parole che indicano una strada, un cambiamento necessario spinto dalle nuove leve che devono scontrarsi con vertici assenti e con un clima di assuefazione e conformismo.

Rabbia delle nuove leve . Iniziamo dagli agenti che hanno deciso di rompere il silenzio. “Io ho sempre avuto il fascino delle forze armate, ho deciso di entrare in polizia penitenziaria e sono contento della mia scelta. Ma quello che ho visto in questa esperienza è devastante”, racconta il giovane agente a Domani. “Il trattamento riservato a colleghi e detenuti non è accettabile, “tu non capisci niente”, “non capite un cazzo”, con queste frasi i superiori si sono rivolti a noi. I rapporti disciplinari vengono usati come strumenti di controllo e rivalsa”, racconta il poliziotto penitenziario. “C’è la sensazione di essere inutili, o ti adegui o sei fuori. Anche nei confronti dei reclusi ho visto comportamenti vessatori, a volte violenti, è un ambiente tossico dove si vuole scappare. Ora capisco i gesti di autolesionismo e i suicidi”, aggiunge. Ha segnalato tutto alle autorità parlando esplicitamente di abusi di potere. In alcune chat, che Domani ha letto, emerge la frustrazione.

“Parliamoci chiaro in queste condizioni non è lavoro, ma un suicidio psicologico”, scrive un agente, ma non si fa attendere la risposta. “Ma vai a zappare la terra”, gli risponde un collega che non condivide il quadro inquietante descritto. Emergenza caldo: in carcere si soffre, chiuso il tribunale di Palermo La minigonna no Intanto in carcere ci sono i problemi di sempre, sovraffollamento, suicidi, condizioni indegne di un paese civile. Mentre alcuni agenti tentano di cambiare le cose provando a sfidare il sistema c’è chi riporta le lancette indietro nel tempo. A Vasto, in Abruzzo, il comandante di reparto mentre regala perle sui social, che corrono veloci nelle chat degli agenti, invia disposizioni a dir poco discutibili. In particolare quella diramata il 3 luglio.

Già l’oggetto chiarisce il tema: “Abbigliamento adeguato per l’accesso in istituto”. Il dirigente Sandro Sabatini chiede “un abbigliamento rispettoso del decoro”. Per farlo dispone: “A tutti coloro che accedono e si muovono a vario titolo in questa struttura penitenziaria, compreso il personale che alloggia in caserma, di tenere un abbigliamento rispettoso del decoro evitando di indossare capi quali: pantaloncini, ciabatte od infradito, minigonne o abiti troppo succinti”.

Fuori da ogni logica - Il comandante di reparto vuole che nessuno resti disinformato e così chiede che: “La presente disposizione sia letta dal coordinatore sorveglianza generale in conferenza di servizio per 5 giorni consecutivi”. Le minigonne e il dress code sembrano la priorità di Sabatini, ma se qualcuno dovesse violare la disposizione?

“Il personale addetto al Block House non consentirà l’accesso a uomini e donne abbigliati in modo difforme da quanto sopra indicato. Si assicuri l’esatto adempimento di quanto disposto”, si legge nel documento consultato da Domani. “Io penso che con tutti i problemi e l’emergenza che vive il mondo penitenziario l’amministrazione e chi la rappresenta ai vertici massimi, come un comandante di reparto, dovrebbero occuparsi di altro. Non certo delle minigonne di chi accede nell’alloggio di servizio in carcere. Una disposizione fuori di ogni tempo”, dice Gennarino De Fazio, segretario della Uil penitenziaria. “Una disposizione per noi illegittima, lesiva di diritti costituzionali, che faccio fatica a commentare. Mi viene da dire solo una cosa: al personale venga fornito il metro per misurare le gonne di chi accede all’istituto. Siamo fuori da ogni logica, nel carcere di Vasto c’è altro di cui occuparsi”, conclude De Fazio.