di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 31 gennaio 2023
Intervista al prof. Gianfranco Ragona, esperto di anarchismo: “Alfredo non interromperà lo sciopero della fame. Il governo? Manca l’onestà intellettuale di riconoscere il 41 bis come un vero problema, anche per l’uso politico a cui si presta”.
“Cospito è stato messo al 41 bis partendo da una concezione errata: che sia un capo, un dirigente di una qualche formazione anarchica verticistica, che mandi ordini dal carcere. Cospito non è questo, e l’anarchismo, per sua natura, è un fenomeno molto diversificato, pluralista, che non ammette capi, né strutture rigide. Poi il detenuto in questione ha compiuto atti discutibili e in effetti molto discussi nello stesso mondo anarchico, che in gran parte non condivide quelle linee. Che, attenzione, comunque non sono ascrivibili al terrorismo, almeno per come lo abbiamo conosciuto”, Gianfranco Ragona è uno storico esperto di anarchismo. Insegna Storia del pensiero politico a Torino e ha scritto vari libri sul tema. Gli abbiamo chiesto di spiegarci il mondo dell’anarchia. Partendo dal caso dell’anarchico in sciopero della fame da 103 giorni contro il 41 bis e andando oltre.
L’attività anarchica di Cospito non può essere paragonata al terrorismo, dunque. Perché?
Se non in pochi casi, e per brevi periodi, l’attività degli anarchici non è mai stata di natura violenta e in particolare terroristica. Prendiamo il caso di Cospito: il reato che gli viene contestato nell’ultimo processo (l’apposizione di un ordigno, di notte, davanti a una caserma di allievi Carabinieri, ndr) non ha prodotto vittime, né feriti. Soprattutto, non si tratta di un reato commesso nell’ambito di un’organizzazione strutturata, verticistica, o con una strategia unitaria di sovvertimento. Gli anarchici, è vero, lottano, si aggregano, e pagano per questo. Ma non hanno nulla a che spartire con forme di terrorismo.
Lottando, però, alle volte commettono reati. E Cospito ne ha commessi. Al di là della vicenda umana, del fatto che la Corte d’Appello ha chiesto alla Consulta di valutare se sia proprio necessario un ergastolo per una strage che non produce vittime, né feriti, né danni, e dell’eccessiva durezza del 41 bis, questo elemento va tenuto a mente...
Certo. Chi commette reati viene indagato e poi processato per questo. Ma qui abbiamo un problema diverso.
Quale?
Il problema è come vengono qualificati questi reati. Sempre più spesso, quando si tratta di azioni commesse dagli anarchici, vengono contestati reati associativi. Quel reato, cioè, si considera commesso all’interno di un’associazione che ha come scopo quello di attentare alla sicurezza dello Stato. Ci sono stati tanti casi di anarchici condannati a pene fino a 20 anni, perché l’impianto contestato era quello di un reato associativo. Ma se l’associazione in questione non esiste, allora abbiamo un problema. Ecco, non c’è dubbio sul fatto che i magistrati debbano perseguire i reati, ma se si aggrava il tutto rendendolo un reato associativo, come se si trattasse di un’associazione mafiosa o terroristica, si va fuori strada.
Perché è un modo di procedere così errato?
Se riduciamo una corrente politica come l’anarchismo a un fatto di criminalità organizzata commettiamo un errore gravissimo. Se non riconosciamo la legittimità dell’esistenza delle forme di dissenso, anche delle più critiche, ne va della nostra coscienza democratica. A me sembra che, soprattutto attraverso alcuni tribunali, si stia procedendo a una subdola criminalizzazione del dissenso. Ma senza il riconoscimento dell’altro cosa rimane della nostra democrazia?
Si tratta, però, di un “altro” che fa paura a chi associa l’anarchia solo ed esclusivamente a un problema di ordine pubblico. Alcuni giornali ieri parlavano di “ritorno degli anarchici”. La domanda è: se ne sono mai andati?
I movimenti anarchici non sono mai scomparsi, per il semplice motivo che la nostra modernità è fatta di tre principali correnti di pensiero: il pensiero liberale, il pensiero socialista e il pensiero libertario. Ecco, l’anarchia fa parte della nostra modernità. C’è stato un momento di cesura, molto risalente nel tempo: la guerra di Spagna. Prima di quel conflitto, gli anarchici avevano un’organizzazione e il loro pensiero politico era egemone in alcune zone della Spagna. Dopo aver subito una grave sconfitta - che è stata la sconfitta di tutto il mondo democratico - l’anarchismo ha cambiato volto, è diventato un modo di vivere, una dimensione esistenziale, che non ha una organizzazione vera e propria, unica e unitaria (ma in effetti non ne ha mai sentito il bisogno). Anche per questo credo che non si debba parlare di galassia anarchica: è un’espressione confusa. Segnalo, peraltro, che molti anarchici sono pacifisti, anche per questo prima ho detto che non tutti condividono azioni violente.
Ci parla dell’organizzazione, o presunta tale, di cui farebbe parte Cospito?
Anche qui, la premessa è doverosa. Una cosa è la Fai, intesa come la federazione anarchica italiana. Si tratta di un soggetto che ha centri di aggregazione, socialità, case editrici, giornali, ecc. Un movimento politico e culturale. Altra cosa è la Fai intesa come federazione anarchica informale, in nome della quale sono state compiute azioni come il rilascio di pacchi bomba, e alla quale farebbe capo Cospito. Bene: questa federazione non esiste come organizzazione in sé. Si tratta di una sigla a cui può richiamarsi chiunque. E questo rende le cose più complicate, anche per quanto riguarda l’applicazione del 41 bis. Perché, lo voglio ripetere, parliamo di forme di organizzazione informale, di gruppi di affinità non istituzionalizzati. Ritenerle organizzazioni criminali, con un vertice e dei sottoposti, ci porta fuori strada.
Prima ha fatto un cenno storico a un modo di intendere l’anarchia che non esiste più. Chi sono, invece, gli anarchici oggi?
Non esiste un prototipo. In passato erano stati fatti degli studi secondo cui la maggior parte degli anarchici appartenevano alla classe degli artigiani,i cosiddetti produttori. Andando ad approfondire, però, abbiamo capito che l’anarchismo italiano si è diffuso anche e forse soprattutto tra i ceti popolari. In alcuni casi si parla di anarchismo istintivo, dettato da una disaffezione alla politica che a ben guardare non è un semplice rifiuto, ma una forma di dislocamento del politico. Ecco, gli anarchici stanno là. Li vediamo in prima fila, ad esempio, nelle proteste contro il modo in cui il nostro Paese tratta i migranti. Certo, lo fanno con delle bandiere, delle parole d’ordine cui non siamo abituati, ma che colgono nel segno. Peraltro, quello dei migranti è un problema che ci riguarda, non dimentichiamo mai che siamo sotto la lente di vari organismi internazionali. Ancora, troviamo gli anarchici - non da soli - nelle lotte contro l’emergenza abitativa. Storicamente, poi, gli anarchici hanno un’avversione contro il carcere in generale. Anche qui, parliamo di un problema reale: sarà normale che ancora esistano le carceri minorili? Si tratta di una crisi che va affrontata.
Dall’avversità per il carcere in genere nasce la protesta di Cospito contro il 41 bis. Una lotta che lui dice di sostenere non solo per se stesso ma per tutti i detenuti...
L’esempio del 41 bis è eclatante. Nel nostro Paese succede che una misura di carattere eccezionale diventi la normalità. Così è stato con il 41 bis, che è stato implementato in un momento di crisi, in cui la mafia rappresentava un pericolo notevole. Via via, è stato applicato in maniera sempre meno eccezionale. In tutto questo ci si è dimenticati, però, che la mafia non si combatte solo con la repressione.
Il 41 bis può essere applicato anche ai terroristi. Cospito è il primo anarchico cui viene assegnato il carcere duro. La sua storia servirà, se non altro, a fare un ragionamento sul modo in cui si utilizza il 41 bis?
In un momento in cui questo istituto dovrebbe essere comunque messo in discussione, gli anarchici ci hanno messo di fronte a un problema reale. Io credo che, comunque la si pensi, il caso Cospito ha messo un dito nella piaga. E deve farci riflettere sul tema del 41 bis, ma anche sul tema della repressione più in generale. Io vivo a Torino e ho visto una mia studentessa, che istintivamente aveva provato a difendere un’amica che la polizia stava portando via dopo alcuni scontri, condannata a 6 mesi di carcere. Queste cose devono farci riflettere.
A proposito di repressione, il governo, dopo gli atti dimostrativi davanti alle ambasciate e contro le stazioni di Polizia, ha annunciato la linea dura. Si parla dell’ordine pubblico, si dimentica la vicenda umana di Cospito, che rischia di morire. Come se lo spiega?
Provando a guardare le cose dal punto di vista dell’esecutivo, sicuramente al governo può essere utile trovare un nemico ideale. Perché così può confermare delle scelte già fatte o uscire da qualche impasse.
Come immagina evolverà la vicenda di Cospito?
Non credo che lui retrocederà dal suo proposito di non alimentarsi più e, umanamente, non posso non notare quanto enorme e straordinario sia il coraggio di rinunciare alla propria vita per un principio. Quanto al governo, non credo sarà in grado di intervenire: qui manca il coraggio di un intervento. E, forse, manca anche l’onestà intellettuale di riconoscere il 41 bis come un vero problema, anche per l’uso politico a cui si presta.









