di Federico Mereta
La Stampa, 14 marzo 2021
La video chiamata? La stiamo sperimentando tutti in questo momento di distanziamento. È un modo per stare in contatto con il mondo esterno, per salutare madri, padri, figli e amici. Per abbracciarsi virtualmente.
"Ed è stata una grande opportunità nella prima ondata della pandemia da Covid-19, grazie a circa 3.200 tablet, per chi ha vissuto la realtà del carcere: con la tecnologia si sono raddoppiate le possibilità di parlare, guardarsi, avere contatti con i propri cari, ovviamente per via telematica - racconta Luciano Lucania, Presidente Simspe (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria)". Eravamo nel periodo dell"#andratuttobene". Poi, la seconda ondata. Tutto è più difficile. Ma non bisogna mollare. E si devono dare risposte nuove".
La Simspe ha chiesto che personale e detenuti siano vaccinati prima possibile, ma soprattutto punta molto sul fatto che proprio in carcere si possano sviluppare percorsi di conoscenza, diagnosi e cura. "Covid-19 è un'emergenza nuova che si affianca alle problematiche di salute e di prevenzione che interessano la popolazione carceraria: ad esempio, tra i detenuti esiste una percentuale non indifferente di persone in età avanzata e, comunque, con diverse patologie, che vanno seguiti e protetti esattamente come avviene all'esterno - ricorda Lucania.
Ma, soprattutto, bisogna sviluppare strade nuove che, a prescindere dall'infezione da Sars-CoV-2, contribuiscano a migliorare il benessere fisico e psichico delle persone: in questo senso si sviluppa il progetto pilota E.D.I.SON., che stiamo conducendo in alcuni Istituti di Lazio, Abruzzo e Molise ed è realizzato da Simspe Onlus, grazie al sostegno di Healthcare. L'obiettivo è eseguire un "doppio" test rapido per lo screening dell'infezione da virus Sars-CoV-2, responsabile di Covid-19, e dell'HIV".
Ovviamente, in questo percorso di prevenzione che si traduce in salute è compresa anche l'infezione da virus dell'epatite C: "La legge prevede questi screening sui detenuti da parte dello Stato: il nostro impegno è far sì che ogni ente faccia la propria parte, anche su scala regionale - segnala l'esperto". L'importante, in ogni caso, è far sì che anche da Covid - 19 possano nascere opportunità in termini di salute e conoscenza, sia per gli uomini che per le donne che vivono una realtà più difficile, magari sulla scorta di una vita di prostituzione e/o di tossicodipendenza.
Lo testimonia il programma Rose-Hiv, che ha visto 17 specialisti in malattie infettive seguire i bisogni specifici della popolazione femminile ed ha coinvolto 876 donne, circa una su tre nelle sezioni femminili degli Istituti carcerari.
Per il solo virus HIV le sieropositive sono risultate il 5,5 per cento, di cui 30 italiane e 18 straniere. In 16 donne è stata osservata la coinfezione con il virus dell'epatite C. Per lei, come per lui, occorre insomma l'impegno di tutti. Ma la strada da fare è ancora lunga se si vuole rompere il muro dello stigma che ancora accompagna infezioni come quella da virus HIV. E non solo in carcere.











