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di Riccardo Renzi

Il Domani, 13 settembre 2026

Con il nuovo accordo tra l’Anac e il Cnel si prova a trasformare la gara d’appalto, che è sempre l’unica modalità con la quale la Pubblica Amministrazione può agire per commissionare sevizi, in una leva d’inclusione sociale e di sicurezza cittadina. Quando lo Stato spende i soldi dei contribuenti non deve soltanto costruire ponti, pulire strade o acquistare computer al prezzo più conveniente. La spesa pubblica è, prima di tutto, una scelta politica. Con il nuovo accordo tra l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) e il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), il sistema della pubblica amministrazione prova a compiere un passo avanti fondamentale: trasformare la gara d’appalto, questa l’unica modalità con la quale la Pubblica Amministrazione può agire per commissionare sevizi, in una leva d’inclusione sociale e di sicurezza cittadina, spalancando le porte del lavoro a detenuti ed ex detenuti.

Una visione che interpreta il mercato non come un’arena cinica, ma come un motore di rigenerazione democratica e coesione sociale. Tuttavia, come spesso accade nel nostro paese, tra il dire costituzionale e il fare burocratico s’interpone il mare della capacità amministrativa. Per capire la portata di questa misura bisogna spogliarsi da ogni moralismo e guardare ai numeri. In Italia, la recidiva tra chi sconta una pena senza lavorare tocca la quota drammatica del 70 per cento. Significa che sette persone su dieci, una volta libere, tornano a delinquere, generando nuove vittime, nuovi processi, ulteriore sovraffollamento carcerario e costi enormi a carico del contribuente.

Lavoro fondamentale - Quando il detenuto ha l’opportunità di lavorare e imparare un mestiere, la percentuale di recidiva crolla attorno al 2 per cento. La differenza tra il 70 e il 2 per cento rappresenta il senso stesso dell’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione. Ma è anche un calcolo di pura convenienza economica: reinserire una persona significa trasformare un costo sociale passivo in un contribuente attivo. Nel contesto del nuovo Codice dei Contratti Pubblici (D.Lgs. 36/2023), le stazioni appaltanti, cioè l’ufficio preposto a indire la gara all’interno dell’ente, dai piccoli comuni ai grandi ministeri, dispongono di due strumenti normativi principali per tradurre questa visione in realtà.

Da una parte i Contratti Riservati (Articolo 61): le amministrazioni possono decidere di riservare il diritto di partecipazione a una gara esclusivamente a cooperative sociali di tipo B o ad aziende che abbiano come scopo primario l’integrazione di soggetti fragili. La condizione stringente è che almeno il 30 per cento dei lavoratori impiegati nell’esecuzione di quell’appalto appartenga a categorie svantaggiate, inclusi i detenuti e gli ex detenuti.

Dall’altra, i Criteri di Valutazione dell’Offerta (Articoli 102 e 108): nelle gare standard aggiudicate con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, il bando può prevedere punti aggiuntivi per le imprese tradizionali che si impegnano ad assumere una quota di ex detenuti. Si evince chiaramente quanto per l’azienda che partecipa alla gara sia vantaggioso portare avanti al suo interno tali politiche inclusive, infatti, la possibilità di aggiudicarsi l’appalto sono di gran lunga maggiori rispetto ad una ditta che non adotta le medesime politiche sociali. Un esempio pratico: un comune deve affidare la manutenzione del verde pubblico per tre anni per un valore di 500.000 euro. Invece di limitarsi a valutare chi chiede meno soldi, il bando inserisce un punteggio tecnico premiale: chi promette di impiegare due ex detenuti con regolare contratto collettivo riceve 10 punti in più nella graduatoria. Per l’impresa vincitrice si traduce in un vantaggio competitivo concreto; per i due lavoratori in una reale autonomia finanziaria; per il comune in un parco curato e in due reati in meno sul territorio.

Inclusione sociale - L’iniziativa Anac-Cnel di redigere “bandi tipo” serve a proteggere i funzionari pubblici dal timore di commettere errori o subire ricorsi. È un supporto lodevole, ma non sufficiente. Il pericolo principale è che l’inclusione sociale rimanga una facciata sulla carta stampata. Le stazioni appaltanti italiane soffrono da anni di una carenza cronica di personale qualificato. Senza un monitoraggio severo nella fase di esecuzione del contratto, il rischio è che alcune aziende incassino i punti premio in gara per poi dimenticarsi di offrire vera formazione o contratti regolari. Inoltre, occorre fare attenzione al dumping sociale.

La clausola non deve mai diventare una scusa per reclutare manodopera a basso costo o sottopagata sfruttando la vulnerabilità di chi esce dal carcere. Il reinserimento ha valore solo se garantisce la piena applicazione dei contratti collettivi nazionali e una pari dignità retributiva. La fragilità non si riscatta con il lavoro nero o sottopagato di Stato. Infine, c’è un nodo strutturale che Anac e Cnel non possono sciogliere da soli: il ponte tra il carcere e il mercato del lavoro.

Se la formazione professionale fornita negli istituti di pena rimane anacronistica, limitata ad attività di mero sostentamento o priva di aderenza con le competenze richieste dall’economia digitale e green, le clausole sociali rimarranno scatole vuote. Inserire clausole sociali negli appalti è una scelta riformista che unisce l’efficienza economica al rispetto dei diritti fondamentali. Ma la civiltà di un paese non si misura con la quantità di circolari o linee guida prodotte. Si misura sulla capacità reale delle istituzioni di trasformare una norma in un’opportunità concreta di lavoro, autonomia e libertà.