di Lea Melandri
Il Manifesto, 3 marzo 2026
Un’anticipazione dal libro “Preistorie. Riflessioni sulle radici culturali dei fatti di cronaca”, in libreria da oggi, pubblicato da Prospero editore. Il volume sarà presentato a BookPride il 21 marzo. Attraverso la cronaca, il qui e ora della notizia, passano le esperienze più universali dell’umano. L’informazione porta il segno della separazione tra il corpo e la polis, tra sessualità e politica, tra privato e pubblico, individuo e società, e, a monte, tra maschile e femminile. A mettere in discussione ogni forma di dualismo sono stati i movimenti antiautoritari degli anni 70: il movimento degli studenti e il femminismo. Importante è stato allora il pensiero di Elvio Fachinelli: uscita dal dualismo e ricerca di nessi che ci sono sempre stati tra poli astrattamente contrapposti.
Dietro l’attualità della notizia restano gli aspetti inattuali che la legano al passato, a formazioni arcaiche, spesso inconsapevoli; dietro la storia si possono trovare le tracce di una preistoria; dietro arcaismi mai tramontati si possono leggere vicende destinate a ripresentarsi in futuro. Nel “privato”, nella “vita intima”, nella storia del singolo, sono state confinate esperienze che appartengono a tutti gli umani - la sessualità, la nascita, la maternità, il dolore, l’invecchiamento, la morte, la malattia, ecc. -, e come tali lasciate alla immobilità della natura e all’oscurità dell’indicibile.
Una regola del giornalismo è attenersi al “qui” e “ora” degli accadimenti, ed è per questo che considero un privilegio aver incontrato redattori di giornali che mi hanno permesso quello che io chiamo “uno sguardo storto” portato sulla notizia, e cioè la possibilità di vederne implicazioni nascoste, risvolti di pensiero o di immaginario, le cui radici affondano nella visione del mondo, patriarcale, che abbiamo ereditato.
Raccolti in questo libro, uscito in una prima edizione nel 2004 con Filema Editrice di Napoli, ci sono scritti pubblicati all’inizio del Millennio su quotidiani e riviste, ma soprattutto quelli destinati a una rubrica del mensile Carnet, edito da Rizzoli e De Agostini, diretta da Eugenio Tassini.
Parlando di “preistoria”, mi riferisco soprattutto alla costruzione delle identità di “genere”, considerate il “destino naturale” del maschio e della femmina; penso alla lentezza con cui emergono alla coscienza dopo millenni di storia, alla resistenza da parte degli uomini a interrogarsi sulle forme che ha preso la “virilità”. Con la “rivoluzione” femminista si è posta la necessità di ridefinire la politica, la storia e la cultura, sulla base di tutto ciò che fino allora era stato considerato “non politico”, di ripensare la “vita personale” come archivio di una storia non scritta, compendio di vissuti che ci accomunano a tutti gli umani. Non è stato fatto molto in questa direzione, ed è già tanto che la violenza sulle donne, nelle sue forme manifeste, come i femminicidi, non sia più relegata nella “cronaca nera”.
Il venire meno dei confini tra “privato” e “pubblico” è stata la conseguenza dello sviluppo industriale della società, del trionfo del mercato, della pubblicità, della televisione. Un portato del progresso e della modernità. Dai movimenti non autoritari degli anni ‘70 è venuta invece una lettura politica che intaccava tutti i dualismi nella loro origine, la differenziazione tra i sessi, e cominciava a rintracciare legami tra corpo e pensiero, biologia e storia, che ci sono sempre stati. Nella “cronaca” non era difficile a quel punto vedere l’intreccio del “tempo freccia” della storia e il “tempo tartaruga” delle esperienze che hanno il corpo come parte in causa (Elvio Fachinelli).
Purtroppo gli sviluppi successivi hanno preso un’altra direzione e quello che vediamo oggi è un “impasto”, un agglomerato dove un polo sembra assorbire l’altro. Il concetto di “capitale umano” ne è un esempio: se per un verso è il capitale che sembra aver fagocitato l’individuo, dall’altro è l’individuo che sembra diventato l’incarnazione del capitale. Lo stesso si può dire di una mercificazione che tocca ormai anche gli aspetti più intimi della vita, della esternalizzazione di ciò che è stato finora il “privato”, e, viceversa, la privatizzazione della sfera pubblica e della politica stessa. Il “populismo” vede affermarsi figure istituzionali che devono il loro successo all’assunzione di comportamenti, linguaggi, scelte, sempre più vicine e riconoscibili dall’uomo comune, con quel di più di fascino, autorevolezza e invidia che viene loro dal potere, dalla ricchezza, dall’impunibilità.
di questo capovolgimento danno conto i “fatti” che vengono analizzati nel libro, che si tratti, come nel caso di Clinton e Monica Lewinsky dell’intreccio tra politica e sessualità, dove è il secondo polo a terremotare il primo, o nei casi dove i protagonisti sono figure della vita quotidiana - padri, figli, madri, nemici, diversi, esclusi, giovani, separati, ecc. - dalla cui “normalità” e singolarità fuoriescono archetipi di una cultura patriarcale millenaria. Si tratta di figure di una drammaturgia antica, corpi-teatro, per usare una felice, illuminante definizione di Jean-Luc Nancy, che mettono in scena esperienze universali dell’umano, pulsioni, sentimenti, pregiudizi, costruzioni immaginative. destinati a ripetersi, o come “replica cieca” del passato o come “ripresa” aperta a nuove soluzioni.
I “residui”, i “rifiuti” della storia oggi, come annotava già negli anni Settanta Elvio Fachinelli, sono quel “flusso torrenziale delle immagini e delle voci che percorrono il mondo come un inconscio diffuso a tutta la ionosfera”, ma che, proprio per questo possiamo evitare di considerarlo solo un rumore di fondo e interrogarlo, scavarlo, ridefinirlo attraverso consapevolezze nuove.











