di Alberto Gaino
gliasinirivista.org, 30 giugno 2025
Il “decreto Caivano”, emanato a fine estate 2023 dall’attuale governo e successivamente convertito in legge come azione di “contrasto al disagio giovanile”, ha avuto l’effetto di un’impennata di arresti e detenzione in carcere: a febbraio 2024 (fonte Antigone) erano 426 i minorenni dietro le sbarre in Italia, quattordici mesi dopo sono diventati 611, di cui quasi la metà stranieri. Fra quest’ultimi numerosi sono i ragazzi giunti soli nel nostro paese e che, dopo il venir meno di tanti servizi di accoglienza e il loro inserimento nei centri per gli adulti, hanno sovente pagato le conseguenze della promiscuità.
Se questi numeri sui minori sono stati inizialmente contenuti lo si deve all’impegno dei tribunali dei minori e delle procure della Repubblica nel mantenere il proprio orientamento sul carcere come extrema ratio pur nelle difficoltà sempre più stringenti con le nuove norme (decreti sicurezza inclusi) che prevedono ulteriori inasprimenti delle pene. Alcuni dati in controtendenza lo provano. Il primo, fornito dallo stesso Ministero della Giustizia per il primo scorcio del 2025: 3240 adolescenti messi alla prova, cioè avviati ad un percorso di riparazione senza dover ripassare o passare dal carcere.
Le prospettive più pesanti si profilano per quanti abbiano compiuto la maggiore età il giorno dopo il loro compleanno: il trasferimento in una casa circondariale per adulti. Prima del “decreto Caivano” i neo diciottenni potevano restare nelle carceri minorili sino alla vigilia dei 25 anni. In un incontro al Centro studi per la pace Sereno Regis, risalente ormai ad un anno fa, il criminologo Franco Prina (autore di Gang giovanili edito da Il Mulino) puntualizzò che il provvedimento normativo più opportuno sarebbe stato quello di separare la fascia dei detenuti cosiddetti giovani adulti (18/25 anni) da tutti gli altri in istituti riservati loro per evitare la promiscuità anche con i quattordicenni finiti dietro le sbarre.
La peggiore promiscuità è però quella cui il governo Meloni ha condannato i giovani adulti e per una volta se ne sono visti tutti gli effetti nel carcere Marassi di Genova: un diciottenne è stato rinchiuso con detenuti di un certo spessore criminale che lo hanno seviziato per due giorni senza che sia intervenuta la polizia penitenziaria; solo dopo 48 ore il ragazzo è stato trasferito in un ospedale e a quel punto è scoppiata la rivolta di altri detenuti per protestare contro il gravissimo atto di violenza.
Per una volta si è squarciato il velo sulle conseguenze di questa grave scelta politica di chi ci governa. Ma, per lo più, i media non hanno collegato i fatti di Genova al “decreto Caivano”.
C’era già stata nelle precedenti settimane la denuncia di Monica Gallo, per dieci anni garante delle persone private della libertà personale all’interno della Città di Torino, consegnata ad un pamphlet: Diciotto anni e un giorno, edito da Effetà e presentato all’ultimo Salone del libro. Gallo vi scrive:
“In Italia, all’inizio del 2025, sono 5067 i giovani detenuti under 25 nelle carceri per adulti: mentre al 30 giugno 2023 erano 3274, oggi si verifica un incremento di quasi 1800 unità. Ad ottobre 2024 un detenuto su otto appartiene a questa fascia d’età, con uno sviluppo del 35 per cento rispetto all’anno precedente”.
Gallo traccia prima il quadro generale delle conseguenze del decreto Caivano: “Il carcere dovrebbe essere un luogo di recupero, ma troppo spesso si trasforma in un limbo in cui l’assenza di opportunità alimenta la frustrazione. Le giornate scorrono tra l’inattività e la noia: senza stimoli, senza cure e prospettive concrete, il tempo diventa un nemico. Questo vuoto ha conseguenze devastanti. [….].” E poi: “Ho assistito alla morte di giovani detenuti, ragazzi che, in un contesto di sofferenza e privazione, hanno scelto di non continuare a percorrere il cammino oscuro e inesorabile della detenzione. Li ho visti morire con una corda al collo o aspirando il gas di una bomboletta o infilando la testa in un sacchetto di nylon [….]. L’assenza di alternative porta ad interiorizzare le dinamiche carcerarie. La violenza diventa linguaggio comune, la gerarchia fra detenuti stabilisce chi sopravvive e chi soccombe. I più giovani assorbono queste regole come le uniche possibili. In questo modo il carcere non solo non interrompe il ciclo della devianza, ma spesso lo rafforza”.
Sembrano parole incomprensibili a chi non sappia nulla del carcere e ne abbia più di frequente sentito parlare in termini securitari. Monica Gallo ha avuto il coraggio di svelare il tabù più resistente dietro le sbarre: “Nei contesti più duri della detenzione, la frustrazione sessuale si trasforma in sopraffazione: giovani detenuti diventano bersagli di abusi, vittime di gerarchie interne spietate. L’omosessualità forzata, imposta da logiche di dominio e controllo, è una realtà taciuta, spesso nascosta sotto il velo del silenzio e della paura [….]”.
Il “decreto Caivano” è stato a suo tempo presentato come “azione di contrasto al disagio giovanile”. Definirlo non lungimirante sarebbe generoso verso chi lo ha ideato e votato. Una ricerca torinese risalente al 2022, commissionata dal Garante torinese all’Università, fotografa i ragazzi che finiscono dietro le sbarre in città: per il 48 per cento sono giovani stranieri giunti soli in Italia, poco più della metà con un titolo di studio equivalente alla terza media, la gran parte è conosciuta dai servizi sociali e ne è stata disposta la detenzione in carcere per reati (scippi, furti, rapine) e condanne dai 3 ai 5 anni, senza che gli autori avessero precedenti penali.
In Italia vivono 18304 ragazzi e ragazze (quest’ultime sono un’esigua minoranza) che in questo primo scorcio del 2025 sono entrati in contatto per la prima volta con i servizi sociali ministeriali diventando altrettanti fascicoli, nei quali vengono annotati i loro percorsi, se ci sono. In quel caso possono evolvere verso una vita normale (studio, lavoro) o più spesso, purtroppo, scivolare nella vera devianza.
Ciò accade in particolare per chi vive in strada, privo di risorse. Investire nel loro recupero sarebbe lungimirante, anche se impopolare. Eppure….
L’Italia è il paese europeo che più registra i minori stranieri non accompagnati sbarcati sulle nostre coste o giunti dalle rotte dei Balcani.
E ne “conserva” tanti, rimasti intrappolati qui a causa del Regolamento di Dublino fra gli stati membri dell’Unione Europea (per il cui smantellamento l’Italia non si è battuta negli anni scorsi, al di là di rumorose proteste). Non è raro che la conseguenza del loro peregrinare li porti ad essere anche un fascicolo aperto/chiuso in un cassetto di un ufficio dei servizi sociali per minori.
In ogni caso, nei primi quattro mesi del 2025 oltre due terzi dei ragazzi presi in carico per la prima volta dai servizi ministeriali sono italiani. Queste proporzioni si riflettono anche per fasce di età, per quanto sia gli 873 quattordicenni di nazionalità italiana sia i 293 loro coetanei stranieri segnalati ai servizi del Ministero della Giustizia rappresentino un dato di cui tener conto.
Dalle statistiche ministeriali emerge un’altra indicazione: a differenza del passato i minori stranieri considerati a rischio provengono sempre meno dai paesi dell’Est Europa (in gran parte diventati comunitari) ma dall’Africa (2492) e in particolare dal Marocco (880), Tunisia (706) ed Egitto (469).
Tuttavia, l’elemento più importante è un altro ancora: dal 2007 i minori stranieri sono passati dai 2972 segnalati in quell’anno ai 5485 del 2016 (quando ci furono i maggiori sbarchi di minori non accompagnati) per scendere ai 5125 del 2024 nonostante tutte le difficoltà istituzionali dell’accoglienza e, naturalmente, del “decreto Caivano”. Possiamo essere autorizzati a pensare che il volontariato e le opportunità che offre suppliscano all’involuzione delle politiche governative. Ma è a questo scenario cui deve ridursi un Paese che si consideri civile grazie a minoranze attive spesso considerate ostili dal governo Meloni?











