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di Irene Famà

La Stampa, 16 giugno 2025

I nuovi reati - dall’omicidio nautico al cyberbullismo - e le aggravanti introdotti dal Governo Meloni produrranno un enorme aumento dei periodi di reclusione. Dai rave party al decreto sicurezza, il governo Meloni sembra avere due filoni chiave: introdurre nuove norme e inasprire le pene. Secondo i calcoli di autorevoli penalisti, che prendono a riferimento i reati più importanti, le modifiche introdotte prevedono, in più rispetto alla legislazione precedente, da un minimo di quaranta ad almeno duecento anni di reclusione. Per gli algoritmi dell’intelligenza artificiale, che prendono in considerazione anche il rafforzamento della cybersicurezza e l’omicidio nautico, si superano i quattrocento anni di carcere.

“Misure necessarie per rafforzare la tutela dell’ordine pubblico”, si giustifica la maggioranza. “Repressione ingiustificata”, ribattono dalle opposizioni. Si inizia nel dicembre 2022 con l’introduzione del reato di organizzazione o promozione di rave party non autorizzati punito dai tre ai sei anni e una multa da mille a diecimila euro. Qualcosa di più dettagliato e specifico dell’occupazione di terreni. Poi il decreto Cutro con pene fino a trent’anni per chi provoca la morte o lesioni gravi durante il traffico di migranti.

Tra bagarre in aula e scontri di piazza, nelle scorse settimane il decreto sicurezza è diventato legge. Trentanove articoli che introducono quattordici nuove fattispecie di reato e nove aggravanti di delitti già esistenti. La premier plaude a “un passo decisivo”. Le opposizioni insorgono, parlano di “criminalizzazione del dissenso”. Gli avvocati lanciano l’allarme: “In questo modo si blocca il sistema giustizia”.

Gli articoli più contestati riguardano le mobilitazioni e le contestazioni di piazza. Il blocco stradale non sarà più un illecito amministrativo, ma un reato punito sino a un mese di reclusione. Se poi il fatto viene commesso da più persone si passa a una pena da sei mesi a due anni. Soprannominata “norma anti-Ghandi”, le opposizioni sono convinte che sia stata introdotta per colpire i sit-in e le azioni degli ambientalisti. Oppure l’aggravante all’articolo 639 del codice penale cosiddetta “anti-ecovandali”: da sei mesi a un anno di carcere per chi deturpa o danneggia “beni mobili o immobili adibiti all’esercizio di funzioni pubbliche con finalità di ledere l’onore, il prestigio o il decoro dell’istituzione cui il bene appartiene”. E ancora. La norma “anti no Ponte o anti no Tav” che colpisce atti violenti commessi per impedire la realizzazione di un’infrastruttura “destinata all’erogazione di energia, servizi di trasporto, telecomunicazioni e altri servizi pubblici”.

Pugno duro con i “pizzini” della guerriglia. Chiunque si procura o detiene materiale con istruzioni su come si preparano o si usano “congegni bellici micidiali, armi, sostanze chimiche, batteriologiche” o su come si mettono in atto “sabotaggi a servizi pubblici” è punito con la reclusione dai due ai sei anni. E, sempre nell’ottica di contrastare il terrorismo, chi ha un’attività di noleggio di veicolo senza conducente e non comunica i dati del cliente rischia sino a tre mesi.

C’è poi l’articolo sull’occupazione arbitraria di un immobile destinato al domicilio altrui che punisce con pene dai due ai sette anni di reclusione chi occupa una casa e chi lo aiuta. La novità introdotta è la possibilità per la polizia giudiziaria di disporre il rilascio immediato dell’immobile anche senza mandato del giudice. Punto, questo, molto caro alla premier che solo qualche giorno fa è tornata a ribadire: “Interveniamo con determinazione contro le occupazioni abusive, accelerando gli sgomberi”.

Una stretta è prevista per le rivolte all’interno del carcere: chi organizza o dirige la sommossa è punito con la reclusione da due a otto anni. Chi partecipa ne rischia da uno a cinque. Se poi vengono utilizzate armi, la pena prevista varia dai tre ai dieci anni. Se qualcuno, durante la rivolta, viene ammazzato, sono previsti dai dieci ai venti anni di reclusione.

L’elenco è lungo. Si aggrava la pena prevista per chi mette a segno i borseggi vicino alle stazioni ferroviarie o della metropolitana o per chi mette in strada, a chiedere l’elemosina, minori sino ai sedici anni. E anche per chi truffa gli anziani. Per la cannabis è tolleranza zero: bandita anche quella light, cioè priva di principio attivo. Vietata “l’importazione, la cessione, la lavorazione, la distribuzione, il commercio, il trasporto, l’invio, la spedizione e la consegna” delle sue infiorescenze.

“Questo è populismo. Aggiungendo reati e aumentando le pene non si risolve il problema sociale, ma lo si acuisce”. Gian Luigi Gatta, ordinario alla Statale di Milano e presidente dell’Associazione italiana dei professori di diritto penale, spiega: “Si trasmette il messaggio che aggiungendo nuovi reati e aumentando le pene si possa ottenere una maggiore sicurezza”. Ma “per la sicurezza pubblica, la ricetta migliore è lavorare per le condizioni sociali, non investire sulla repressione”. Solleva quesiti non solo tecnici, ma anche e soprattutto morali, l’articolo del decreto sicurezza che elimina l’obbligo di rinviare la pena per le donne incinte o madri con bambini di età inferiore a un anno. Anche per loro si possono aprire le porte del carcere. —