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di Liana Milella

La Repubblica, 26 marzo 2022

Mattarella: “Concentrare gli sforzi su traguardi comuni”. In vista dell’incontro di maggioranza di lunedì per chiudere sulla riforma del Csm si levano venti di guerra dal centrodestra perché la Guardasigilli boccia le richieste come incostituzionali. Costa accusa Cartabia: “La sua riforma è acqua fresca”.

Venti di guerra sulla riforma del Csm. Anche se la Guardasigilli Marta Cartabia, in vista del nuovo vertice di maggioranza in programma lunedì pomeriggio, parla di legge “necessaria e improcrastinabile” e di un “lavoro di cesello”. Ma sulle parole della ministra della Giustizia e dello stesso presidente della Repubblica (e del Csm) Sergio Mattarella, che invita tutti “a concentrare gli sforzi sui traguardi comuni da raggiungere”, si fanno sentire pesanti distinguo. Di cui almeno uno - quello del vice segretario di Azione Enrico Costa - sembra preludere addirittura a un voto contrario. Il suo dissenso potrebbe aprire una crepa - anche se numericamente piccola nella maggioranza - che potrebbe influire sulle palesi contrarietà, ribadite ancora ieri, di Forza Italia, che con Pierantonio Zanettin continua a considerare indispensabile il sistema elettorale del sorteggio temperato, proprio come fa la Lega con Giulia Bongiorno.

Ma c’è un segnale che ieri mattina, alla Camera, ha turbato più d’uno. Vede Costa come protagonista. E riguarda una materia - gli indennizzi dello Stato in caso di un errore giudiziario o di una detenzione rivelatasi ingiusta - che apparentemente non riguarda la riforma del Csm. Ma che in realtà, con le parole di Costa, la investe in pieno. Soprattutto quando, per ben 16 volte, Costa dice in aula che ci sono altrettanti punti nella riforma del Csm che “non sono coerenti con la Costituzione”. Il responsabile Giustizia di Azione ce l’ha con la Cartabia, cui pure ha espresso piena solidarietà per le accuse contro di lei del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e del consigliere togato del Csm Giuseppe Cascini per via delle norme sulla presunzione d’innocenza e dell’illecito disciplinare previsto nella riforma che punisce quei pm che le violano o quantomeno le aggirano. Ma quando la stessa Cartabia, nell’ultima riunione di maggioranza di giovedì, afferma che alcune richieste del centrodestra, Azione compresa, e del M5S - il sorteggio, la responsabilità civile diretta, il divieto per i parlamentari di diventare componenti laici del Csm - sarebbero incostituzionali, allora secondo Costa non fa i conti con la ventina di norme anticostituzionali che lui invece vede nell’attuale sistema che regola la vita dei magistrati.

Ma andiamo con ordine. E partiamo dall’ingiusta detenzione e dagli errori giudiziari per capire come si arriva alle 16 accuse di incostituzionalità.

30mila casi di ingiuste detenzioni - È venerdì mattina, e le nove sono passate da pochi minuti. Del tutto normale quindi che l’aula di Montecitorio non brilli per numero di presenze. E sono in pochi ad ascoltare l’affondo durissimo del deputato Enrico Costa proprio sui dati della ingiusta detenzione e degli errori giudiziari pagati dallo Stato rispetto al 2021. Lui interviene dopo aver presentato un’interpellanza urgente perché a suo dire i dati sono in netto ritardo e arrivano solo perché lui stesso li ha chiesti più volte. Interviene dal banco e accusa il ministero della Giustizia di non essersi dato da fare come avrebbe dovuto per rispettare i tempi.

Testualmente Costa dichiara: “Per dimostrare il totale disinteresse sulla questione delle ingiuste detenzioni basta osservare che il ministero della Giustizia chiede al Mef i dati quando già il termine per informare il Parlamento è spirato, perché il termine era il 31 gennaio e il ministero della Giustizia si sveglia e chiama il Mef il 9 febbraio. Il Mef risponde il 16 febbraio, e noi stiamo ancora aspettando questi dati”. Aggiunge un’ulteriore chiosa polemica: “Questo dimostra in modo palese il disinteresse rispetto a un tema che è di civiltà giuridica, perché se una persona è stata arrestata, prelevata alle cinque del mattino, sbattuta in carcere e poi è stata assolta, è giusto che si faccia mente locale sul perché questo si sia verificato; e ciò si verifica migliaia di volte: negli ultimi trent’anni, abbiamo avuto 30mila casi di ingiuste detenzioni”.

Il tempo di Costa, nello stretto regime delle interpellanze urgenti, è scaduto. E gli risponde la sottosegretaria del Mef Alessandra Santore che, come vedremo, si limita a illustrare i dati senza scendere dello scontro sulla giustizia.

26 milioni i costi per lo Stato - Ma ecco i numeri: “La riparazione da errore giudiziario ammonta a 1.271.914 e i dati sono relativi a sette ordinanze di Corti di Appello. La riparazione per ingiusta detenzione ammonta a 24.506.190 ed è relativa a 565 ordinanze di Corti di Appello”. Questo porta Costa a dire che ci sono quasi 26 milioni di euro frutto di interventi sbagliati dei giudici che, a questo punto, dovrebbero rispondere degli errori commessi. Tant’è che Costa illustra anche il nuovo illecito disciplinare contro le toghe che vuole far entrare nella riforma del Csm: “Si tratta di una norma di civiltà giuridica. Per chi ha concorso, con negligenza o superficialità, anche attraverso la richiesta di applicazione della misura della custodia cautelare, all’adozione dei provvedimenti di restrizione della libertà personale per i quali sia stata disposta la riparazione per ingiusta detenzione”. Per dirla in modo semplice, se si verifica un errore giudiziario - quello che sta costando allo Stato oltre un milione di euro - oppure un caso di ingiusta detenzione - 25 milioni per i 565 casi verificati dalle Corti di Appello - non solo lo Stato paga il malcapitato, ma automaticamente dovrebbe scattare anche un provvedimento disciplinare nei confronti della toga che ha sbagliato.

Non è la prima volta che Costa ipotizza una simile idea - lo aveva già fatto due anni fa con una sua proposta di legge - ma adesso di mezzo c’è la riforma del Csm. Contro cui lo stesso Costa si scaglia con i suoi sedici “j’accuse”. A cominciare dal primo: “Chiedo alla ministra Cartabia se sia coerente con il nostro assetto costituzionale, di fronte ai numeri che ci sono stati dati, che nessuno paghi, che paghi solo lo Stato, che non ci sia un magistrato che subisca un’azione disciplinare, visto che il governo è attento alle sfumature sugli emendamenti parlamentari”.

E da qui parte una raffica di accuse contro le toghe e contro la legge in discussione che, a detta di Costa, sarebbe “troppo sbilanciata a favore dei magistrati”, mentre proprio dalle toghe e dal Csm, contro la legge arriva l’accusa contraria, e cioè di essere troppo severa e sfavorevole. Naturalmente Costa è per la responsabilità civile diretta, chiesta da lui e da tutto il centrodestra, “perché il sistema attuale, dal 2010 al 2022, ha visto solo otto condanne di fronte a 664 cause intentate e a 154 sentenze definitive”. Gli slogan anti-giudici si susseguono uno dietro l’altro, come le accuse ai magistrati che lavorando presso l’ufficio legislativo di via Arenula e valutano gli emendamenti, magari dichiarandoli incostituzionali. Il che - per Costa - sarebbe un’altra colpa da punire, semplicemente buttando fuori le toghe da via Arenula. Colpevoli naturalmente anche i magistrati che contestano le norme sulla presunzione d’innocenza e sulle conferenze stampa, perché lui vuole il bavaglio integrale per i magistrati. Accuse anche per il Pg della Cassazione che “su 2mila segnalazioni all’anno di illeciti disciplinari ne archivia il 90 per cento”.

E alla fine Costa annichilisce la sottosegretaria al Mef, vittima della sua arringa: “Chiedo al governo, e lo chiedo tramite lei, di avere il coraggio di evitare di mettere la fiducia in questa riforma, di evitare di trovare pretesti di costituzionalità, di lasciare lavorare il Parlamento, di lasciare votare il Parlamento, di fare una riforma che non sia timida, ma che sia coraggiosa, perché quello che sta venendo fuori è acqua fresca”. Appuntamento a lunedì in via Arenula.