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di Mattia Feltri

La Stampa, 8 giugno 2023

Quanto dovremmo essere preoccupati dopo il disvelamento dei metodi violenti della polizia di Verona? Quanto dovremmo esserlo un paio di settimane dopo che i carabinieri hanno preso a calci un ragazzo a Livorno e i vigili urbani a manganellate una donna a Milano? Quanto ricordando le storie di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi, i pestaggi messicani nelle carceri, le pratiche da Gomorra alla caserma Levante di Piacenza, tre anni fa? Quanto dobbiamo esserlo, come ha suggerito Luigi Manconi, per gli abusi di potere ai quali le forze dell’ordine si sentono autorizzati, quanto per la diffusa incapacità a gestire l’enorme responsabilità del monopolio dell’uso legittimo della forza?

Dovremmo, senz’altro, ma lo sono un po’ meno, molto meno, dopo aver letto su Repubblica l’intervista al questore di Verona, Roberto Massucci, che è un piccolo gioiello di filosofia del diritto. Primo, in Massucci non c’è esaltazione, ma soltanto dispiacere, e spero sia così anche quando gli arrestati non saranno poliziotti. Secondo, noi metteremo a disposizione della magistratura i risultati del nostro lavoro, ha detto, e il resto lo farà un giusto processo. Terzo, al di là degli esiti dell’indagine penale, ha aggiunto, al di là dei reati, che siano dimostrati o no, la divisa va onorata ogni giorno. E dovrebbe valere per tutti, il giusto e lo sbagliato non lo stabiliscono le sentenze. Quarto, ha concluso, una volta in manette il peggior criminale è un uomo, e gli si deve rispetto. Poliziotto e no. Un trattato che dedicherei a maggioranza, opposizione, giornalisti, lettori, e a tutti quanti preferiscono esibire la loro implacabile purezza.