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di Giacomo Giossi

Il Domani, 14 aprile 2025

Il documentario di e con Roberto Saviano, disponibile su Sky, offre un ritratto efficace di un movimento prima ancora che di un uomo, l’omaggio a un tempo oggi difficile da riconoscere e da immaginare. Quando Mauro Rostagno entrava in una stanza le persone si voltavano verso di lui, attratte e sedotte dalla sua presenza. Non era questione di potere di seduzione o di capacità di manipolazione, oggi tanto diffusi e ricercati, ma di un’energia che trasmetteva, di un sentimento che Rostagno era in grado di mettere a disposizione: l’aprirsi di una possibilità diversa. Quando lui entrava in una stanza la stanza cambiava. E allora perché non il mondo? Il bel documentario di e con Roberto Saviano, “Mauro Rostagno. L’uomo che voleva cambiare il mondo” prova così a perlustrare chi era Mauro Rostagno in un tempo in cui il cambiare il mondo afferisce a figure ostili a ogni forma di democrazia, condivisione e inclusione. Ed è un contrattempo bellissimo quello di Rostagno, un rimbalzo del cuore ritrovarlo in quel percorso esistenziale che fu fatto della meraviglia del mondo e del suo meravigliarsi.

Chi era? - A quasi quarant’anni dalla sua morte appare sempre più complicato definire chi fosse Mauro Rostagno, e per fortuna. Mauro Rostagno era tante cose e non era nessuna di queste perché non lo era ossessivamente e ottusamente. Rostagno era e viveva molto più semplicemente nelle cose per dare a loro vita. Non sono le parole rivoluzionario, sociologo, terapeuta, giornalista o attivista che vanno appiccicate alla sua figura come etichette, ma sono questi termini che acquistano senso e pienezza nel momento che divengono elemento della sua umanità. Suddiviso in due parti il documentario - liberamente tratto dal bellissimo libro della figlia di Rostagno, Maddalena, “Il suono di una sola mano” (Il Saggiatore) presenta nella prima puntata quel viaggio che porta Rostagno dalla catena di montaggio dell’Autobianchi fino all’esperienza nella comunità di Pune sotto la guida del maestro spirituale indiano Osho, i cosiddetti arancioni.

Una viaggio da Mauro a Sanatano con nel mezzo la lotta studentesca e l’occupazione della Facoltà di Sociologia di Trento nel 1966 dove conosce e diventa amico tra gli altri di Marco Boato e Renato Curcio. Nel 1969 Rostagno fonda con Adriano Sofri, Enrico Deaglio, Guido Viale e altri Lotta Continua dove inizia a fare le prime esperienze di giornalismo. Poi arriva la fine del movimento e Rostagno vira ancora e apre Macondo, nome ispirato a Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Márquez. Un luogo difficile se non impossibile da etichettare, ci passa il meglio della cultura di quell’epoca, un posto in cui come avverte Rostagno si può entrare “macondolore o macondolcezza”.

Mondi diversi - Rostagno accumula mondi diversi perché gli interessano gli individui, la loro irriducibile unicità. Una diversità che acquista valore e felicità (più che forza) se immersa nel collettivo, in un noi generativo e capace di cambiare le cose. La rivoluzione parte da sé stessi, prima che fuori. Tutto quello che Mauro Rostagno fa diviene un metodo del possibile che prima era impossibile. Macondo è un luogo che imitato e soprattutto tradito arriva fino ai giorni nostri sotto forma di spazi ibridi che oggi costellano le città come Milano, con la differenza che nelle logiche attuali si parte dagli spazi e non dalle persone, si parte dalla scatola e non dal corpo. Non c’è mai forza o potenza in Rostagno, ma dolcezza. Una dolcezza irrequieta e fattiva, un’instancabilità che è desiderio del mondo e ricerca della sostanza delle cose che è fatto di quel mischiarsi continuo.

A distanza di molti anni dalla sua morte Rostagno ancora sorprende: le testimonianze dei vecchi amici come Marco Boato, Enrico Deaglio e Andrea Valcarenghi vivono infatti ancora di uno stupore inesausto e sorridente. Stupisce come sia stato capace di contenere quella che lui chiama nel suo intervento - al convegno del 1988 sul Sessantotto a Trento - qualità sottile. Una precisione emotiva di cui Rostagno era quasi magicamente dotato che certo era portatrice di intelligenza e ostinazione, ma che nella sua sintesi offriva una sottigliezza che è il ritratto esatto del suo sorriso. Sembrava in fondo tutto uno scherzo e forse lo era, ma solo perché era un gioco. Come tutti i giochi però era un movimento tremendamente serio da cui non ci si può levare come nulla fosse. Scrive Virginia Woolf: “Guardare la vita in faccia sempre, guardare la vita in faccia e conoscerla per quel che è”.

L’omicidio - È giungendo a Trapani che Rostagno trova forse la sua casa, è lì che vuole che la sua barba diventi bianca ed è lì che apre la comunità di Saman per il recupero dei tossicodipendenti e in cui prendono avvio inevitabilmente - nel più grande mercato di spaccio d’Europa - le sue inchieste giornalistiche sulla televisione locale Radio Tele Cine. Rostagno veste di bianco ed è sorridente, le sue inchieste sono sempre vergate da profonda ironia e anche da irrisione del potere mafioso colpendo così ancora più fortemente al cuore le istituzioni corrotte. Il 26 settembre del 1988 Rostagno viene ucciso in un agguato mafioso mentre è a bordo della sua automobile. Solo nel novembre del 2020 la Cassazione confermerà l’ergastolo per il boss mafioso Vincenzo Virga. Nel mezzo trentadue anni di mistificazioni e inquinamento delle indagini che porteranno addirittura a incolpare e incarcerare nel 1996 la compagna di Rostagno, Chicca Roveri.

E in qualche modo seppur non esplicitamente il documentario di Saviano indica nella seconda parte soprattutto un’ostinazione e un desiderio di giustizia dettato da un sentimento amoroso assoluto che vede protagonista proprio Chicca Roveri. Rostagno e Roveri sono compagni l’uno dell’altra, sono legati inscindibilmente in una storia che appartiene parimenti a entrambi.

Non esisterebbe la verità giudiziaria su Rostagno senza Chicca Roveri, una verità che significa un lavoro d’archivio prezioso e una memoria ora data e a disposizione di chiunque. Una qualità sottile comune dunque che se anche più appartata si rivela in Chicca Roveri lungo trentadue anni durissimi e complicati in cui lei mai retrocede dall’ottenimento di una verità che non siano le ridicolaggini assurde e violente di inquirenti e politici tanto inadeguati quanto corrotti.

Resta così oggi tutto di quei giorni e di quelle ore, resta una foto in bianco e nero bellissima di Mauro Rostagno che sorride con un ciuccio in bocca e resta il viso fiero e bellissimo di Chicca Roveri che ancora oggi può raccontare di una felicità infinita. Giorni incredibili che chiunque dovrebbe avere la forza, la voglia e il coraggio - anche irresponsabile - di vivere senza indugio alcuno, correndo forte. Resta poi il corpo esile di Maddalena che vibra irrequieto come un giunco senza bisogno alcuno di nascondere il dolore, ma anche dotato di una grazia felice per quanto inquieta.

Lotta sentimentale - Quella di Rostagno è stata un’esistenza spesa senza requie alcuna che non vive però dalle parti dell’eroismo, aggettivo preferito dai pavidi per giustificare la libertà altrui. Rostagno ingaggiò una lotta rigorosa con sé stesso, con i propri limiti scontrandosi così con quelli del mondo. La sua fu una lotta sentimentale che si basava sul piacere, sull’inseguimento di un senso vitale che non slegasse mai tra loro giustizia e bellezza. Mauro Rostagno. L’uomo che voleva cambiare il mondo, disponibile su Sky, offre un ritratto efficace di un movimento prima ancora che di un uomo, l’omaggio a un tempo oggi difficile da riconoscere e da immaginare. Una costellazione che attraversò il pianeta Terra per qualche anno e che in Italia prese vari nomi, varie etichette.

Un andirivieni fatto di diversità incredibili tra loro, una giovinezza splendente senza che questo debba per forza portare oggi a commentarne le conseguenze positive o negative, i risultati e le prestazioni. Fu una cosa priva di mutande e con il ciuccio in bocca e fu felice di esserlo. E di quello più di ogni altra cosa dovettero molti e tra loro Mauro Rostagno pagare il conto all’ordine costituito, alla tristezza costituita. Mauro Rostagno. L’uomo che voleva cambiare il mondo apre uno squarcio in questo esaltato grigiore offrendo la possibilità di riscoprire quegli incredibili colori passati.