di Andrea Riccardi
Corriere della Sera, 20 agosto 2024
Il ministro che nel 2012 lanciò lo ius culturae: un tempo anche la sinistra non spinse perché “faceva perdere voti”. Il dibattito che si è riacceso sulla cittadinanza ai figli degli immigrati non è una fiammata estiva. Né l’iniziativa di Forza Italia di Antonio Tajani è un espediente per differenziarsi dagli alleati di governo. Il problema è più profondo: la società italiana è cambiata e sente gli immigrati in modo diverso da dieci anni fa. È un’Italia che vede competere con passione alle Olimpiadi o nello sport nazionale immigrati o figli d’immigrati. È abituata, se non affezionata, ai bambini o ragazzi che frequentano la nostra scuola che, in breve, arriveranno a un milione. Ha imparato a incontrare uomini e donne, giovani, con le loro storie e abilità, e a non sentirsi minacciata da una massa “scura” che ci invade. Ha incontrato personalmente le badanti nelle case, spesso notando grande sensibilità nella cura degli anziani, dei malati o dei disabili. Queste persone, nelle famiglie, hanno realizzato un’integrazione positiva e di grande utilità, tanto che oggi c’è carenza di questo personale di fronte di una domanda in crescita.
Il Paese è cambiato e sa distinguere le persone e non vede masse indistinte. Nel 2012, come ministro dell’Integrazione, resi omaggio alla tomba di Jerry Masslo a Villa Literno (assassinato nel 1989 in un contesto di sfruttamento del caporalato che, purtroppo, ancora dura in alcune parti d’Italia). Allora ripresi la proposta della cittadinanza ai minori, figli di stranieri, lanciandola come ius culturae. Mi accorsi che l’opposizione veniva da una incomprensione totale del futuro italiano nonché dalla volontà di strumentalizzare la paura dello straniero. Questo soprattutto nel mondo della destra. Ma anche la sinistra non aveva una vera volontà d’agire. Nella XVII legislatura, con governi guidati da esponenti del Pd, non si è fatto un passo in questo senso. “Parlare di stranieri fa perdere voti” - sentenziava un leader di sinistra.
In realtà, non si era capito che gli immigrati e la loro integrazione sono una grande questione nazionale, al di là delle schermaglie politiche. Ha ragione Gian Antonio Stella, quando parla della necessità di “un patto oltre le fazioni”. Se le questioni nazionali, tra Ottocento e Novecento, erano i confini o i territori “irredenti”, oggi la questione nazionale è chi saranno gli italiani di domani: l’integrazione dei non italiani d’origine, i lavoratori che mancano, l’identità italiana condivisa. Sono temi su cui si verificano convergenze non solo politiche, ma di forze economiche, sociali e morali del Paese, che guardano al futuro, pur in diverse prospettive.
La cittadinanza ai ragazzi in nome dello ius culturae evita che crescano da “stranieri” tra coetanei italiani. Fa crescere la condivisione della cultura e dell’identità fin dai banchi di scuola. L’identità nazionale - spiegava lo storico Federico Chabod - è volontaristica, non frutto di sangue o di terra. Renan diceva che la nazione è il plebiscito di tutti i giorni a partire da una storia condivisa. Non lasciamo vivere a tanti ragazzi, come un gruppo a parte, anni decisivi per la formazione.
Si nota, negli ultimi decenni, pur tra varie difficoltà, una capacità attrattiva della lingua e della cultura italiane nel mondo. Nonostante i locutori in italiano non siano tanti come per altre lingue europee, la nostra non è una lingua provinciale. Lo mostra la forte domanda nel mondo di apprendere l’italiano nel mondo, non solo in America Latina. In Romania, grazie all’emigrazione e agli scambi, sono cresciuti i locutori in italiano. In un mondo multilingue, la nostra lingua ha il suo degno posto. Si calcola che circa 700 scrittori non italiani abbiano scelto di utilizzare l’italiano (non solo migranti). Tra essi la letterata Edith Bruck che ne parla come di “lingua di libertà”. L’Italia è demograficamente invecchiata, ma ha ancora le risorse per guidare un processo d’integrazione. Ma questo non sarà più possibile tra un ventennio, se non si rinnova la popolazione con stranieri e nuove nascite. Qui sta la questione nazionale.










