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di Simona Musco

Il Dubbio, 20 giugno 2022

Rapporto Eurispes. Per due cittadini su tre il sistema giudiziario non funziona. I mali principali? La lentezza dei processi e una legge che non è affatto uguale per tutti.

Sempre più giù. Il livello di fiducia dei cittadini nei confronti della giustizia è ai minimi storici. E chi pensa che i cittadini siano poco interessanti ai temi toccati dal referendum del 12 giugno, al netto dei risultati, probabilmente non ha un quadro chiaro della situazione. Perché se c’è una cosa sicura, almeno a guardare la fotografia scattata dal 34esimo rapporto Eurispes, è che una rivoluzione nel campo della giustizia al Paese non dispiacerebbe.

Il rapporto è chiarissimo nella sua collezione di numeri e dati: due italiani su tre non sono soddisfatti del sistema giudiziario italiano. I numeri sono sconfortanti: il 20,6% degli intervistati esprime un giudizio totalmente negativo, dichiarando di non avere per niente fiducia nella giustizia italiana. Ne ha poca, invece, il 45,3%, abbastanza il 28,2% e molta solo il 5,9%. Il dato più drammatico, però, riguarda l’identikit del cittadino disilluso: non solo adulti ormai inseriti nel mondo del lavoro e avvezzi a scandali come quello del caso Palamara o casi di malagiustizia storici, bensì giovani, soprattutto di età compresa tra i 18 e i 24 anni.

Ovvero coloro che rappresentano il futuro del Paese. In questa fascia “critica”, infatti, si trovano coloro che hanno poca (50,9%) o nessuna (22,4%) fiducia nella giustizia, giudizio negativo che va via via mitigandosi nelle fasce di età superiori, collocando i più fiduciosi tra coloro che hanno un’età compresa tra i 45 e i 65 anni. Una delle conseguenze più immediate è che se la fiducia scarseggia pensare di affidarsi alla giustizia sembra quasi una sciocchezza. Così più di un cittadino su quattro - il 27,3 per cento - preferisce non denunciare reati o illeciti. Il che non consente nemmeno di stilare statistiche affidabili sull’andamento dei reati nel nostro Paese. Ma perché tanta riluttanza? L’11% confessa che i fastidi di un procedimento legale sono superiori ai vantaggi che potrebbe ottenere denunciando, il 10,1% dichiara di aver desistito dall’intento per non dover sostenere spese legali e il 6,2% perché sfiduciato nei confronti della giustizia.

La sfiducia ha una gradazione diversa a seconda delle convinzioni politiche. I più disillusi sono coloro che non si sentono rappresentati da alcun partito (73,4%), ma la vera sorpresa è che anche gli elettori del Movimento 5 Stelle - partito iper giustizialista e da sempre idolatrante le toghe, a prescindere dai risultati - nutrono poca fiducia nel sistema, ovvero il 69,7%. Diffidenti anche gli elettori di sinistra (66,8%), mentre la diffidenza cala tra i sostenitori del centro (61,7%), della destra (58,9%), del centro-destra (57,5%) e del centro-sinistra (51,6%).

A creare questa crepa tra cittadino e giustizia è soprattutto la lentezza cronica dei processi, lentezza sulla quale l’Europa ha puntato un faro, tant’è che i fondi del Pnrr sono legati a doppio filo alla capacità delle riforme in atto di ridurre i tempi elefantiaci della giustizia italiana. Le lungaggini sono al primo posto in classifica per il 23% degli intervistati. Per il 19,8%, invece, il problema è un altro: a non convincere è che la legge sia uguale per tutti, lamentando, dunque, privilegi e ingiustizie a seconda di chi finisce nelle maglie della giustizia. Per il 13,6% il problema è nell’assenza di certezza della pena, mentre per l’11,9% le cause sono da ricercare nelle scelte sbagliate operate dai magistrati. L’11,6%, infine, sostiene che siano le leggi ad essere inadeguate. Solo l’8% è invece convinto che la giustizia in Italia funzioni bene. I temi del referendum vengono sfiorati nel capitolo che riguarda la responsabilità dei giudici e compiti della giustizia. Secondo l’80,2% dei cittadini intervistati, i giudici dovrebbero essere giudicati con lo stesso sistema applicato a tutti i cittadini, affermazione che fa venire in mente il quesito - bocciato dalla Consulta - sulla responsabilità civile delle toghe.

A sostenere il contrario è il 19,8%. Il che fa pensare che se tale domanda fosse stata ritenuta ammissibile dal giudice delle leggi, forse gli italiani si sarebbero precipitati a votare in massa. Per il 78,2% il primo compito della giustizia è garantire una pena adeguata per chi ha sbagliato, mentre al secondo posto, con il 60,5%, si piazza il recupero ed il reinserimento sociale di coloro che sono stati condannati per gli errori commessi - che vede contrario il 39,5% degli intervistati. Ma la sfiducia nel sistema giustizia è visibile anche nella convinzione manifestata dal 57,8% degli intervistati - secondo cui l’azione dei giudici sarebbe condizionata dall’appartenenza politica (è poco d’accordo con questa posizione il 31,1% e non lo è affatto l’11,1%).

Ma qual è la visione che gli italiani hanno della pena e delle sanzioni alternative? Il 29,5% afferma di non volere che coloro che si sono macchiati di colpe gravi abbiano l’opportunità di usufruire di misure alternative al carcere, come arresti domiciliari, affidamento ai servizi sociali, semilibertà, eccetera, il 27,3% è favorevole all’abolizione degli sconti di pena per i reati più gravi, il 24,7% si schiera a favore dell’abolizione dell’ergastolo e “solo” il 15,8% si dice favorevole alla reintroduzione della pena di morte. Sono contrari all’abolizione dell’ergastolo soprattutto i cittadini di destra (82,7%) e quanti non si sentono politicamente rappresentati (82,9%).

Di destra anche la maggior parte di quanti si dicono d’accordo con l’abolizione degli sconti di pena per i reati più gravi e dei provvedimenti alternativi alla detenzione per i reati più gravi. La possibilità di reintrodurre nel nostro ordinamento la pena di morte vede più consensi espressi dai cittadini di centro-destra (20,1%), seguiti dai 5 Stelle (19,7%) e da quelli di destra (19%).