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di Giusi Fasano


Corriere della Sera, 8 novembre 2021

 

Assia è stata vittima di una marea di offese via social per le foto con il velo islamico pubblicate in campagna elettorale. Ma le indagini non hanno prodotto alcun risultato. Assia Belhadj, una ragazza italo-algerina di 26 anni, in Italia da 16, denuncia in procura - a Belluno - di aver ricevuto una marea di offese via social. In pochi giorni sono arrivati centinaia di insulti, ingiurie e qualche minaccia a sfondo razziale e religioso, dopo le sue fotografie con il velo islamico postate durante la campagna elettorale per le Regionali di settembre 2020 (era candidata con "Il Veneto che vogliamo"). Timbri, Digos, polizia postale, ufficio del pubblico ministero, l'ipotesi della diffamazione e adesso - ha fatto sapere lei stessa l'altro giorno - è arrivata la decisione: il pm Katjiuscia D'Orlando ha chiesto l'archiviazione e la giudice delle indagini preliminari Enrica Marson gliel'ha concessa. Quindi il fascicolo si è chiuso con un nulla di fatto. Ci sta. Chiedere che un'accusa venga archiviata fa parte dei possibili esiti di un procedimento penale. Tanto più se "le indagini non hanno consentito di identificare in modo chiaro gli autori di quei post", come ha tenuto a precisare il procuratore Paolo Luca.

Ma certo è quantomeno bizzarro che nel provvedimento di archiviazione si dica che fra i motivi della mancata identificazione c'è anche il fatto che "la Rete in uso all'ufficio non consente l'accesso a Facebook". Anche perché è quasi matematico che, pur avendo quell'accesso, non sarebbe cambiata la sorte del caso specifico, poiché Facebook e gli altri gestori Internet statunitensi non rispondono quasi mai alle richieste delle procure italiane per risalire all'identità degli odiatori protetti dall'anonimato. Tra l'altro, al di là dell'oceano quello che noi denunciamo come diffamazione in molti Stati non è nemmeno reato ma pura libertà di opinione, come ci ha ricordato con una nota ufficiale del 2016 il Dipartimento di Giustizia americano sperando così che avremmo dato un taglio alle continue richieste. Non a caso lo stesso procuratore Paolo Luca ha ricordato proprio quella nota del 2016 intervenendo dopo il polverone sollevato dalla storia di Assia. Una storia "sconcertante e all'apparenza incredibile", per dirla con la presidente del gruppo Pd alla Camera Debora Serracchiani, che chiede chiarimenti e confida nel fatto che "gli odiatori in Rete abbiano la certezza di essere riconosciuti e chiamati a rispondere dei loro atti". Nulla più che una bella speranza, al momento.