di Gianni Oliva
La Stampa, 10 gennaio 2026
Il “diritto” è una elaborazione teorica che non può prescindere dal suo strumento di applicazione, la “forza” con la quale lo si impone. La storia del mondo è attraversata da “diritti” fondati su sistemi valoriali diversi succedutesi gli uni agli altri con il cambiare dei rapporti di forza interni o internazionali: dallo “jus latino” affermatosi con lo strapotere delle legioni (e trasformato dalla storiografia in “pax romana”), al “diritto” medievale affidato alla discrezione dei “signori”, allo “stato moderno” inteso weberianamente come l’istituzione che afferma “il monopolio della forza” sul particolarismo feudale, le vicende umane hanno il denominatore comune nell’affermazione coatta di princìpi e regole volute dai vincitori. Alla fine della seconda guerra mondiale era tuttavia nata un’attitudine nuova, sollecitata da cinque anni di massacri e di vergogne: regolare la vita della comunità internazionale secondo norme accettate da tutti.
Non si trattava dell’utopia della Società delle Nazioni (depotenziata sin dall’origine dalla mancata adesione degli stessi Stati Uniti che l’avevano proposta), ma di un sistema articolato di organismi internazionali che dovevano funzionare da ambiti di confronto e di decantazione delle crisi: l’Onu e i suoi organi ausiliari, le corti di giustizia, i trattati multilaterali, i periodici incontri dei G7 e dei G20 indicavano la ricerca di una dimensione collettiva che impedisse le derive del 1940-’45. Pur avendo la particolarità di non discendere da un’autorità centrale che emani la legge e ne assicuri il rispetto, il diritto internazionale si è giovato di un’autorevolezza morale che non è valsa ad impedire le conflittualità, ma che comunque ha rappresentato un riferimento e un richiamo al confronto, e che come tale ha resistito anche dopo il 1989 e la fine del bipolarismo.
Trump ha spazzato via gli sforzi (e le illusioni) di ottant’anni. Nel giugno scorso, quando, dopo i bombardamenti sui siti nucleari iraniani, ha affermato che “i raid in Iran, come Hiroshima e Nagasaki, hanno chiuso la guerra”, ha dato la misura di che cosa significa “forza”: tra mille pagine di storia americana, ha citato come merito le più controverse, le più agghiaccianti, quelle che tutti i suoi predecessori, repubblicani o democratici, hanno taciuto per rispetto o per pudore. Tutto ciò che è capitato e sta capitando è l’esplicitazione dello stesso principio, il “diritto” fondato sulla prepotenza della forza: dall’avallo alla strategia di Netanyhau, alla solidarietà sostanziale con Putin, all’attacco al Venezuela, alle mire sulla Groenlandia, alle minacce di intervento in Iran, tutto prescinde da qualsiasi confronto. Non ne esce umiliato l’Onu: ne esce umiliato lo sforzo di tre generazioni per dare un senso etico alla convivenza internazionale. Nessuno si dispiace per le sconfitte di Hamas, di Maduro, degli ayatollah: ma le forme attraverso cui si sta operando contro i nuovi “imperi del male” stanno introducendo un male altrettanto profondo e insidioso, il principio che contano solo la forza militare e l’arbitrio di chi la possiede. Dopo il 1945 avevamo invece capito che deve contare la dimensione collettiva, all’interno della quale si prendono le decisioni.
Non so se le scelte di Trump nascono da una strategia mirata al controllo di risorse e di rotte, oppure dall’intento di distrarre l’opinione pubblica interna dagli insuccessi in economia, oppure ancora dal bisogno di alimentare il suo elettorato con l’esibizione muscolare. So però che non possiamo solo domandarci “la prossima volta a chi tocca?”. Di fronte all’arsenale americano siamo tutti disarmati: ma davvero quell’opinione pubblica che il trumpismo deride non esiste più? Le parole di Leone XIV o di Mattarella a fine anno indicano una strada: la partecipazione. Spetta a chi governa, a chi ha responsabilità politiche, a chi ha visibilità mediatica sollecitarla. Il silenzio e gli equilibrismi funzionano nei tempi ordinari: ma questi sono tempi straordinari e chi oggi tace (o gira la testa dall’altra parte esultando perché sono stati abbassati i dazi sulla pasta), ha la responsabilità di che cosa avalla. Quando la forza non trova contrappesi, si sa da dove inizia, non dove approda.










