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di Aldo Grasso

Corriere della Sera, 3 agosto 2022

Ci sono Paesi e aree del pianeta dove gli effetti della crisi ambientale sono più evidenti e producono stravolgimenti nelle vite delle persone. Stato d’animo giusto per vedere la punta de “Gli spaesati”, uno dei reportage della serie “Il fattore umano” dedicata alla violazione dei diritti umani (Rai3). Perché stato d’animo giusto? Perché da tre giorni sto spalando fango, sto dando una mano al muratore che ripara il tetto dissestato, sto radunando i rami spezzati degli alberi (in vita mia ho piantato, in orizzontale, molti ma molti più alberi di quanti Stefano Boeri ne abbia piantato in verticale). Un temporale così in Langa non si era mai visto, in una sola ora la furia della pioggia, della grandine e del vento non ha avuto riguardi per nessuno. Non per consolarmi, ma ci sono Paesi e aree del pianeta dove gli effetti della crisi ambientale sono più evidenti e producono stravolgimenti nelle vite delle persone.

“Gli spaesati” raccontava la vita dei profughi climatici che ogni giorno lasciano le campagne del Nord del Bangladesh sommerse da inondazioni sempre più frequenti e abbondanti, che abbandonano i villaggi del Sud, dove intere coltivazioni vengono distrutte da cicloni imprevedibili e violentissimi, raccontava le storie di persone in fuga dagli eventi climatici e il loro viaggio fino a Dhaka dove ogni giorno scendono da traghetti e autobus più di mille persone destinate a vivere negli slum, le immense baraccopoli della capitale del Bangladesh. Protagonista dell’intervista del reportage era Amitav Ghosh, scrittore di origine indiana residente negli Stati Uniti che ha dedicato i suoi ultimi saggi e romanzi al tema degli effetti del cambiamento climatico. Per Ghosh la colpa di tutto è del neoliberismo: “La dinamica che sta alla base del cambiamento climatico deriva da un modello di economia estrattiva, che ha iniziato a imporsi a partire dal XVI e XVII secolo con il colonialismo. Dopo, lo sviluppo economico ha usato l’ambiente come una merce. I risultati sono sotto i nostri occhi”. Oltre il fango anche il senso di colpa? Eh, no!