di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 4 dicembre 2020
Il manager ha fondato la Onlus L'Altra Napoli dopo che il padre fu ucciso in una rapina. Quindici anni fa i suoi primi interventi alla Sanità, dal 2019 ha avviato un progetto per il quartiere Forcella.
Ha quell'aria seria, che spiazza chi s'orienta per luoghi comuni. Così, capita che qualche vestale da talk show gli domandi come mai non sorrida "visto che è napoletano", immaginando insomma tarantelle e putipù. Lui, mite e paziente, nega con garbo: "Non è vero che sorrido poco. Certo, non è che noi dobbiamo essere per forza pittoreschi, tanti napoletani sono più milanesi dei milanesi, con l'aggiunta di una quota di... intelligenza sociale. Siamo abituati a gestire l'emergenza".
Ecco, l'emergenza può essere un bivio nella vita. Lui ci s'è trovato davanti 15 anni fa. "Allora puoi andartene, voltare le spalle e non pensarci più: ripeterti che la tua città merita di essere abbandonata al suo destino", dice adesso Ernesto Albanese, 56 anni, manager e inventore della onlus L'Altra Napoli, motore della rinascita del rione Sanità e adesso della non meno problematica Forcella.
Puoi odiare, certo. Il 3 maggio 2005 suo padre Emilio, ex dirigente Fiat, passa in banca a cambiare un assegno da tremila euro per la famiglia: due ragazzi lo seguono imboccando contromano le vie della centralissima Portalba, zona di librai e studenti; gli saltano addosso nell'androne del suo palazzo in via Costantinopoli, gli spezzano il collo. Ernesto è lontano quella mattina: lo è da anni, pendolare tra Milano e Roma, dirigente al Coni, dopo la formazione a Torino. Al telefono uno dei suoi fratelli gli dice solo "vieni, papà è stato aggredito".
A un bivio così puoi odiare, molto. "In 15 anni nessuno mi ha mai detto che il caso è stato chiuso. La Digos mi spiegò che gli assassini erano microcrimine, nessuna possibilità di trovarli". In quella primavera del 2005 l'emozione a Napoli è grande. Emilio, consuocero di Dario Fo, aveva una famiglia affiatata, l'amore per cemento. "Così ho deciso di non insistere. Non volevo più che li trovassero", dice. Poi, cogliendo la sorpresa dell'interlocutore: "Sai, mia madre Vera trovò papà sulle scale, non li vide: ma era l'unica testimone. Li avessero presi, l'avremmo condannata a una vita atroce, di processo in processo".
A un bivio così, se non odi, puoi scappare via. Lui invece pensa che "una cosa simile non può succedere di nuovo": e torna. Da allora lavora "per evitare che si ripeta". Si riunisce con cinque amici, "per fare cose concrete, non strilli alla luna come si usa a Napoli": è un anti-napoletano che parla a voce bassa e a testa bassa sgobba, questo sovvertitore di luoghi comuni. Al funerale del padre aveva quasi litigato con una giornalista brava ma un po' insistente. Si chiariscono, fanno pace, lui le chiede: "A Napoli dove si fa un progetto?". Lei, Conchita Sannino, una carriera da cronista nei quartieri difficili, gli risponde: "Da quel pazzo di don Antonio, alla Sanità".
La strada dopo il bivio comincia così. Il parroco Antonio Loffredo è un boss per conto del Padreterno, ha rovesciato il rione come un santo guerriero, la basilica di Santa Maria alla Sanità è il suo avamposto. Lo accoglie con due raccomandazioni: "Non venire col casco (a quel tempo nei quartieri popolari lo portavano solo i killer, ndr) e non farti mettere sotto perché qua nessuno è assicurato". Nascono undici progetti per far ripartire la gente di quei vicoli: idee talmente concrete che Ernesto le porta a New York, al fundraising di Bill Clinton.
"Lì non ti danno quattrini, ma un marchio di qualità prezioso. C'era tutto il Terzo mondo e... noi napoletani. Quell'anno il nostro fu l'unico progetto europeo approvato". Servirebbero poco meno di due milioni. Negli anni L'Altra Napoli arriverà a raccoglierne sette: tutti finanziamenti privati, per lanciare il turismo nelle Catacombe di San Gennaro, l'orchestra dei bambini, fare il recupero del chiostro, l'Officina dei talenti, dove adesso lavorano trenta giovanissimi operai del rione, il Teatro stabile alla Sanità. "La cooperativa La Paranza, 35 ragazzi che lavorano nell'impresa sociale sulle catacombe, ha fatto 4 mila visitatori nel 2008, 160 mila nel 2019. Ma il regista è don Antonio, io sono uno dei... produttori", dice Ernesto.
Di don Antonio l'idea di una palestra di boxe in sagrestia: ragazzi che finirebbero nelle baby gang vengono invece allenati da istruttori delle Fiamme Oro della polizia. Ernesto teorizza che il bello sia educativo, che bisogna partire da piccole riqualificazioni. "Non la nuova Bagnoli calata dall'alto", ma il vicolo, il lampione, il giardino, la facciata della Casa gialla alla Sanità, la Casa di Vetro inaugurata un anno fa a Forcella. "Rendili responsabili e loro cureranno ciò che hanno restaurato".
Riformista deciso a non spendersi in politica ("perderei credibilità"), sembra aver studiato il Michel Rocard del "discorso del pianerottolo": ridipingere pianerottoli e riparare cassette delle lettere per iniziare a rammendare lo strappo dei ghetti e delle banlieue. Come il male, anche il bene sta nei dettagli. "No, non penso mai agli assassini di mio padre, non mi frega nulla di loro. Penso agli altri, ai nostri ragazzi", dice Ernesto. È un transfert? "Sì, me ne rendo conto. E ne sono contento". La bellezza è il sorriso di Dio dentro le cose, diceva Simone Weil. Ernesto di Dio non parla. Ma da 15 anni la bellezza è diventata la sua liturgia.











