di Sergio Valzania
Il Dubbio, 17 luglio 2020
Fra le pessime notizie degli ultimi giorni spicca l'uccisione di Daniel Lewis Lee avvenuta alle 8.07 di martedì mattina negli Stati Uniti provocata da un'iniezione letale. Si è trattato della prima condanna a morte a livello federale eseguita da 17 anni a questa parte, per ordine Ministro della Giustizia Usa William Barr, fedelissimo di Donald Trump. Pare che altre tre la seguiranno presto.
Negli Stati Uniti la pena di morte ha una storia complessa. E non potrebbe essere diversamente, dato che si tratta dell'unico stato democratico nel quale essa sia ancora ammessa, anche se esiste un forte movimento contrario che è riuscito nel passato a farla abolire a livello federale, per il quale è tornata però legale dal 1988, e a impedire l'esecuzione di molte delle condanne comminate. Fra il 1988 e il 2018,78 persone hanno ricevuto una condanna a morte a livello federale, ma soltanto 3 di esse sono state eseguite.
La decisione di procedere con le uccisioni, nel complesso sistema giudiziario statunitense, è di ambito politico. Lee è morto, continuando a proclamarsi innocente riguardo a un'accusa formulata ventiquattro anni fa, perché il ministro Barr ha ordinato al Bureau of Prisons di procedere con l'esecuzione di "detenuti nel braccio della morte condannati per l'omicidio, la tortura o lo stupro delle persone più vulnerabili della società: bambini e anziani".
La pena di morte corrisponde a una concezione dell'uomo primitiva. Si colloca indietro nel tempo, in epoche nelle quali non si era ancora sviluppato un umanesimo maturo, in grado di considerare l'essere umano nella sua complessità. Uccidere è proibito da tutte le grandi religioni, per aggirare il divieto in occasione delle guerre si sono inventate costruzioni logiche forzate, per l'omicidio giudiziario si è scavato nel passato, in contesti nei quali le scritture sacre accoglievano sensibilità diffuse che mascheravano la trasparente chiarezza del quinto comandamento: non uccidere. Il divieto si fa più stringente per chi non crede in un al di là, per chi è convinto, o rassegnato, a una vita tutta terrena, circoscritta nella materia.
Uccidere diventa allora talmente definitivo da essere escluso. Per ogni uomo e ogni donna che muore scompare un universo. Dietro alla pena di morte non si pone un desiderio di giustizia, ma di vendetta, realtà terribile che inquina molti dei ragionamenti che si fanno attorno al diritto penale, la cui sola funzione dovrebbe essere la riduzione al minimo delle infrazioni alle regole della convivenza, ma al quale si chiede spesso di soddisfare aspettative diverse. Di riportare indietro il tempo.
Il trasferimento della potestà giuridica a un'autorità terza, a qualcuno che non è stato ferito nei sentimenti o negli interessi da ciò che è avvenuto, non garantisce solo l'accusato da una vendetta frettolosa. Serve a proteggere l'intera comunità dal dilagare di sentimenti aggressivi, dal desiderio di trovare un colpevole che funga comunque da capro espiatorio, che riceva una punizione tale da considerare chiusa una vicenda dolorosa.
Per questa ragione l'uso che viene fatto dall'amministrazione americana della pena di morte come mezzo per la ricerca di un consenso che il Covid-19 ha in parte cancellato presenta dei lati molto inquietanti. Lo strumento creato per impedire vendette o imposizioni sommarie di pene perde la funzione per la quale è nato e si degrada, l'uccisione di un uomo assume in pieno il carattere dell'omicidio; le ragioni giudiziarie per le quali esso viene commesso sono cancellate da quelle reali, inammissibili. Il sistema della giustizia statunitense esercita su di noi, che siamo anche pubblico televisivo, una potente fascinazione, per alcuni aspetti di efficienza e di chiarezza dei ruoli senz'altro giustificata. Non altrettanto si deve dire per le concessioni che esso fa al sentire comune, che sappiamo essere troppo sensibile all'immediato e troppo fiducioso nelle possibilità della repressione, quando le nostre società avanzate hanno soprattutto bisogno di conciliazione.










