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di Dario Di Vico

Corriere della Sera, 14 marzo 2022

Già la pandemia si era rivelata un interessante stress test. Con l’invasione russa in Ucraina è iniziato un esame molto più difficile e persino arduo da superare. Mentre sosteniamo con commozione e rispetto l’eroica difesa del popolo ucraino, a noi occidentali tocca anche il compito di interrogarci sulle idee per “riparare il mondo”. E come ci mostrano le cronache sulle sanzioni e sui rischi di default russo l’intreccio tra economia e geopolitica è decisivo.

Se vogliamo già la pandemia si è rivelata un interessante stress test per la globalizzazione. La fenomenologia la conosciamo tutti: si è cominciato con le mascherine che non trovavamo perché venivano prodotte tutte in Asia e proseguito con la carenza di semiconduttori che ha causato e sta causando il fermo produttivo di diverse fabbriche di automobili. Gli effetti delle restrizioni sanitarie hanno compresso la domanda che, quando è ripartita, si è surriscaldata generando l’aumento dei prezzi delle materie prime di cui abbiamo parlato abbondantemente nei mesi scorsi. C’è stato anche il blocco del canale di Suez provocato da un’errata manovra di una nave-cargo a rendere plastico l’esame al quale il commercio internazionale è stato sottoposto. Eppure nonostante tutti questi difetti di funzionamento, i cui effetti possiamo situare nel breve-medio periodo, la conclusione degli esperti era che la globalizzazione avesse, seppure con affanno, superato la prova. E che soprattutto non ne fosse stata intaccata la filosofia di fondo ovvero che lo sviluppo del commercio favorisse comunque la distensione internazionale e la collaborazione tra i popoli e che caso mai la si sarebbe potuta correggere introducendo qualche scelta di regionalizzazione per macro-aree. Riorganizzando le catene del valore su distanze più corte almeno per alcuni prodotti o anche solo per i componenti di valore assoluto i cui flussi regolari devono essere preservati ad ogni costo.

Con l’invasione russa in Ucraina per la globalizzazione è iniziato un esame molto più difficile e persino arduo da superare. L’arroganza di Vladimir Putin ha generato un effetto a cascata che sta bloccando le regolari forniture in diversi settori. Nell’alimentare, ad esempio, dove cominciano a scarseggiare le materie prime che arrivavano dal granaio d’Europa o nell’energia in cui lo stretto legame della dipendenza commerciale da quella politica ha portato ad azzoppare il gasdotto NordStream2 e sta spingendo alcuni importanti Paesi europei come il nostro a riconsiderare totalmente le policy di approvvigionamento adottate finora.

Ma anche in questo caso stiamo parlando solo dei meccanismi di funzionamento, dei flussi interrotti, delle strategie commerciali alternative. Molto più grave è invece il colpo che la guerra ha inferto alla filosofia stessa della globalizzazione, alla considerazione - che oggi leggiamo come ottimistica - di un miglioramento delle relazioni internazionali attraverso il commercio. Un’idea che ha uniformato, ad esempio, scelte di lungo periodo dell’establishment tedesco ma che comunque è stata egemone almeno negli ultimi 20 anni. Proprio pochi mesi fa è stato celebrato l’anniversario dell’ingresso della Cina nel Wto che trovava proprio in quella filosofia lineare della globalizzazione la sua fonte di ispirazione più genuina.

Che fare adesso che abbiamo capito che le relazioni internazionali si dispiegano lungo direttrici differenti, oggi che abbiamo scoperto che la forza militare è comunque un fattore che “pretende” di essere autonomo dai flussi economici e anzi tende a ribaltarne il segno? Il dibattito è appena partito e ha, almeno da noi, come focus proprio i futuri approvvigionamenti energetici. Si parla di diversificare i fornitori (anche tornando a bussare ai Paesi arabi), di produrre in casa, di rivedere l’elenco delle fonti alternative. Insomma si parte dal principio che non ci si possa illudere più sulla forza persuasiva e “secolarizzante” degli scambi internazionali.

E dove si arriverà? È presto per dirlo anche perché se è già difficile disegnare un mondo di commerci senza il gas russo e il frumento ucraino figuriamoci se dovessimo fare quest’esercizio sottraendo tutto ciò che è prodotto, spesso quasi in chiave di monopolio, in Cina e a Taiwan. Per ora sappiamo che non bastano tanti McDonald’s e tante Ikea, si è rivelata sbagliata l’idea che la progressiva unificazione degli stili di vita e dei simboli culturali, unita alla travolgente forza dei commerci, avrebbe reso piatto e pacifico il mondo.

La cura delle relazioni internazionali sia che si persegua la realpolitik sia che si considerino prioritari la pace e la tutela dei diritti universali passa dalla capacità di generare politica, di far funzionare gli organismi della governance mondiale e di non esorcizzare il tema della forza militare. Scorciatoie non ne esistono. Poi ci vorrà anche una rinnovata capacità di parlare agli inquieti cittadini delle società aperte ma è un altro capitolo.