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di Paolo Ferrario

Avvenire, 29 maggio 2026

Lo studio come percorso di riscatto e di reinserimento sociale. È questo l’obiettivo dell’accordo che sarà firmato questa mattina a Sassari, nella sede dell’Ente regionale per il diritto allo studio universitario (Ersu), dalla Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari (Cnupp) e dall’Associazione nazionale degli organismi per il diritto allo studio universitario (Andisu). “L’accordo - si legge in una nota - mira a rafforzare e promuovere, su scala nazionale, forme di collaborazione e scambio di esperienze tra i Poli universitari penitenziari e gli organismi regionali per il diritto allo studio universitario”.

In sintesi, l’accordo punta a semplificare l’accesso alle borse di studio; aiutare i detenuti-studenti con pratiche amministrative e tasse universitarie; fornire materiali didattici e strumenti informatici; migliorare gli spazi per la didattica nelle carceri; favorire alloggi per studenti ex detenuti in misura alternativa; promuovere progetti finanziati e iniziative culturali. “Questo accordo rappresenta forse una delle espressioni più alte e profonde di ciò che significa davvero diritto allo studio - sottolinea Emilio Di Marzio, presidente Andisu -.

Gli enti per il Diritto allo studio universitario nascono per sostenere gli studenti meritevoli, ma qui il concetto stesso di merito assume un significato ancora più umano e potente: il merito di chi, pur vivendo una condizione di privazione della libertà, sceglie di imprimere una direzione diversa alla propria esistenza, cercando attraverso lo studio una possibilità di trasformazione personale e di riscatto interiore”.

I “numeri” raccontano una realtà in forte crescita. Oggi in Italia sono 1.978 i detenuti iscritti all’università. La Cnupp, nata nel 2018, registra infatti un aumento costante degli studenti detenuti coinvolti nei percorsi accademici. Il dato più significativo riguarda la crescita della presenza femminile: le detenute universitarie sono oggi 104, quasi il doppio rispetto allo scorso anno, con un impatto pari al 3,5% sulla popolazione detenuta femminile. Un segnale importante che testimonia una presenza sempre più significativa delle donne nei percorsi universitari all’interno del sistema penitenziario. Complessivamente, la rete coinvolge oggi 55 università italiane, di cui 46 atenei pubblici che operano in modo più sistematico nella formazione universitaria nelle carceri.

Anche le scelte formative raccontano un cambiamento culturale. Se un tempo la facoltà più frequentata era Giurisprudenza, oggi l’area più scelta è quella politico-sociale, con circa il 25% degli iscritti tra Scienze politiche, Sociologia e Scienze della comunicazione, mentre l’area giuridica si attesta intorno al 13%. “Dietro questi numeri - commenta Giancarlo Monina, presidente Cnupp - esiste una rete enorme composta da circa 900 persone tra docenti, tutor e personale amministrativo che ogni giorno lavorano per rendere possibile il diritto allo studio in carcere. Le difficoltà non mancano: l’accesso a internet per i detenuti resta complesso e cambia da istituto a istituto; gli esami vengono svolti in presenza quando esiste prossimità territoriale, mentre da remoto nei casi più lontani. Eppure il sistema continua a crescere”.

C’è poi il risvolto più umano della questione. Lo studio in carcere produce, infatti, “effetti profondi - aggiunge Monina -. Non è soltanto uno strumento professionalizzante, ma un’esperienza trasformativa che modifica il modo in cui una persona guarda sé stessa e il proprio futuro. I dati sulla recidiva lo dimostrano chiaramente: tra i detenuti che intraprendono un percorso universitario il rischio di tornare a delinquere si abbatte drasticamente rispetto a una media generale che sfiora il 70%. Alcuni ex detenuti, dopo la laurea - conclude il presidente Cnupp - sono arrivati persino a lavorare all’interno delle università. È il segno più concreto del fatto che cultura, formazione e conoscenza possono davvero diventare strumenti di rinascita personale e sociale”.