di Elisa Campisi
Avvenire, 14 giugno 2026
Gabbiani e salsedine. Vette ripide a strapiombo sul mare, suggestive cale che si alternano a terreni sabbiosi ricchi di vegetazione selvaggia, pini, uliveti e vigne. Vialetti in pietra, una manciata di casette colorate e in cima a una roccia una torre di avvistamento in pietra del XIII secolo. Intorno solo un mare limpido. Siamo a Gorgona, l’isola più piccola e settentrionale dell’Arcipelago Toscano, a circa un’ora e mezza di navigazione da Livorno. Ma non è questo a renderla speciale. “Chiusura, chiusura!”, intima una voce metallica e improvvisa al megafono, a ricordarci che quella che al primo sguardo potrebbe sembrare una tipica perla turistica in cui fuggire dalla routine, in realtà è un posto di reclusione. Siamo in una colonia penale agricola, l’ultima di questo genere attiva in Europa.
Qui i detenuti trascorrono soprattutto l’ultima parte della pena, ma con la differenza che tutti possono imparare diversi lavori: c’è chi fa l’elettricista, chi il falegname, chi il cuoco. Ma, soprattutto, qui nel 2012 è nato un progetto in collaborazione con il produttore di vini Lamberto Frescobaldi, presidente di Marchesi Frescobaldi, che sull’isola ha portato i suoi agronomi ed enologi per permettere agli ospiti di fare un’esperienza nella viticoltura, assunti direttamente dall’azienda. Giunti alla 14esima vendemmia, giovedì sull’isola sono arrivati esperti e venditori da tutta Italia per assaggiare la prima bottiglia di Gorgona dell’annata 2025: circa 9mila bottiglie in tutto nate da un vigneto che si estende per poco più di due ettari. Così mani che nella vita avevano imparato a compiere del male, ora stanno imparando a piantare, potare, raccogliere. “Un italiano, un polacco, un marocchino e un pachistano, al momento nelle vigne siamo noi quattro. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma la verità è che lavorando insieme abbiamo imparato a fare squadra”, ci racconta Piero, 39 anni, con il suo accento piemontese.
Da più di un anno ormai ha un lavoro retribuito, che immagina di poter continuare quando, spera presto, sarà libero. “Che ero arrivato in un posto diverso l’ho capito subito, appena attraccati, quando l’agente mi ha detto che potevo iniziare a salire per il viale da solo. Qui sono tornato a muovermi all’aria aperta e lavorando ho avuto anche tanto tempo per riflettere. Quando hai sbagliato ormai è troppo tardi per tornare indietro, ma negli altri penitenziari non mi era mai stata data un’opportunità di formazione. Adesso ho speranza per quando sarò fuori”, confessa. Tra i suoi colleghi, c’è Damian, 42 anni, “il polacco”.
“In Italia per 10 anni ho lavorato nella raccolta dell’uva da tavola senza che nessuno mi avesse mai spiegato niente. Oggi invece so capire di cosa ha bisogno l’uva da vino, se è malata e come curarla”, ci dice Damian, anche lui fiducioso che queste competenze siano spendibili all’esterno. Le loro storie, seppur ancora in evoluzione, sono già una prova dei risultati che si possono ottenere quando le pene tendono alla rieducazione. “A Gorgona, con gli ospiti inseriti in una progettualità, abbiamo abbattuto del 30% la recidiva rispetto alla media nazionale”, ci spiega Maria Grazia Giampiccolo, alla direzione del carcere quando fu avviato il progetto e ora tornata nello stesso incarico.
Che il progetto funzioni lo dimostra poi “che da quando abbiamo iniziato 81 dei nostri detenuti sono stati assunti da Frescobaldi per curare i vigneti dell’isola e 16 di loro sono stati presi poi anche all’esterno”. Non è semplice, chiarisce subito Giampiccolo, perché per quanto questo penitenziario eccella nel dare opportunità è comunque gravato dai problemi comuni a tutti: “Al momento abbiamo circa 140 ospiti, quasi il doppio rispetto alla capienza ottimale. Questo vuol dire che sì, riusciamo a farli lavorare tutti, ma chiaramente per meno ore e meno giorni rispetto al passato”. Nonostante la complessità, il progetto con Frescobaldi testimonia che se ci sono riusciti in un’isola remota allora davvero è possibile nelle altre carceri, con delle riforme e la collaborazione pubblico-privato.
“Posso assicurare che non è semplice portare competenze fino a qui, trasportare le bottiglie dalla vetta in cui si trova la cantina fino alla barca che le porta alla terra ferma”, ci spiega Frescobaldi mostrando le vigne. Insomma, produrre con questi estremi umani e geografici ha dei costi: “Bisogna crederci e vendere il vino a una cifra che rifletta tutta la fatica, ma anche la speranza, che c’è dietro ogni bottiglia. Attualmente il prezzo al consumatore è di circa 90 euro”. La sua esperienza insegna che il ritorno, non solo economico, c’è anche per l’imprenditore. “Il tempo mi ha dato ragione. Non ho mai avuto problemi con i dipendenti assunti dentro e fuori. Poi certo, ognuno fa il proprio percorso. A volte va bene, come quel ragazzo straniero che per la prima volta ha avuto delle responsabilità in vigna e ora che è fuori è un bravissimo meccanico.
A volte va male nonostante l’impegno, come quando un nostro dipendente dal comportamento esemplare è uscito dopo oltre 20 anni e una volta in libertà è stato assassinato da qualcuno che lo aveva aspettato per vendicarsi”, continua, precisando che il punto è dare l’opportunità a più persone possibili di emanciparsi con uno stipendio e poter dire no alla criminalità. Un punto ribadito infine dal vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, che è venuto sull’isola per benedire la nuova annata e il progetto.
“Urge una riforma carceraria ormai inderogabile - ha detto rivolgendosi alle autorità presenti. Una riforma che abbia come presupposto la dignità del lavoro. Il lavoro fa capire alle persone di avere delle capacità, di poter guadagnare in maniera onesta e servire la collettività. Ci sono settori in cui manca la manodopera, mentre ne abbiamo una marea inutilizzata nelle carceri”. L’invito del vescovo a tutte le autorità che si impegnano per i diritti dei detenuti è insomma di sviluppare una nuova progettualità con gli imprenditori, così da dare finalmente una possibilità di futuro fuori dal carcere a ciascun detenuto.










