di Elena Duranti
La Nazione, 2 novembre 2026
L’esperienza dell’apicoltore Betti di Vernio nella colonia penale sull’isola di Gorgona rinnovata per il 2027. “Insegno apicoltura ai detenuti nel carcere all’isola di Gorgona, aiutandoli a gestire 10 arnie. Un’esperienza impegnativa, ma che mi arricchisce ogni volta”. Paolo Betti, 53 anni, di Vernio, apicoltore di professione, è il tecnico apistico dell’associazione Arpat (riunisce i produttori toscani, ndr) che segue il progetto di formazione per allevare le api nell’ultima colonia penale agricola ancora attiva in Europa. Qui si segue un percorso rieducativo attraverso il lavoro, principalmente nell’agricoltura e pastorizia. “Il progetto con le api prevedeva un periodo di attività di una stagione.
La collaborazione di Arpat con la Casa Circondariale di Livorno - spiega Betti - è nata nell’autunno 2024 quando siamo stati contattati dalla Regione Toscana per offrire un supporto tecnico nella sede distaccata di Gorgona. Da allora abbiamo già organizzato due corsi di formazione, uno nel 2025 e uno nel 2026, con lo scopo di insegnare un mestiere affascinante quale è quello dell’apicoltore ai detenuti. Siamo rimasti talmente coinvolti che abbiamo concluso la seconda stagione e ci prepariamo per la terza, nel 2027 - aggiunge - dato che la Regione ha rinnovato il finanziamento”.
L’esperienza - Ad affiancarlo, come tecnica volontaria, in questo progetto c’è Martina Ferrè, 44 anni, di Tavarnelle anche lei apicoltrice professionista. La popolazione carceraria sull’isola varia da 85 a circa 100 persone. Il primo anno i detenuti-apicoltori sono stati 12, quest’anno 15. “Ci rechiamo sull’isola, in provincia di Livorno, ogni due settimane durante la primavera-estate e una volta al mese negli altri periodi, quest’intervallo serve ai detenuti per acquisire autonomia nelle mansioni. Devo dire che c’è chi è portato e assume dimestichezza con facilità anche se la stragrande maggioranza di loro non aveva mai visto le api prima. Così riusciamo a occuparci di 10 arnie, si tratta di un’attività formativa non di produzione, un allevamento a scopo didattico, oltre che la gestione dell’alveare insegniamo la smielatura e il confezionamento dei vasetti. Il miele ottenuto è molto buono. È un lavoro che richiede la pazienza e la fatica di tutti. Basta dire che non sempre le condizioni meteo marine ci permettono di partire e che non si tratta solo di imparare un mestiere ma anche di relazionarsi con gli altri, con il supporto degli educatori. Siamo in campagna - sottolinea Betti - e i carcerati si possono muovere con una certa libertà. Il percorso è volto proprio a far che sì che dimostrino cambiamento e responsabilità. Credo che sarebbe interessante da fare, anche in altri istituti come San Gimignano che ha già un apiario, però basterebbe anche un cortile interno e dedicato”.
L’azienda agricola - Betti racconta anche il suo impegno: “Ho un’azienda agricola a Vernio e mia moglie per fortuna mi sostiene, altrimenti sarebbe difficile conciliare tutto. Quella in carcere è un’occupazione che si fa volentieri, però richiede tempo. Le api sono adatte al lavoro con i detenuti, perché impossibili da ‘addomesticare’, con loro puoi interagire solo se riesci ad instaurare un rapporto rispetto reciproco. E i nostri allievi si sono rivelati eccezionali, dimostrando per questi insetti un’empatia unica, difficilmente riscontrabile in altri ambiti. Abbiamo capito che le api possono insegnare tantissimo: il rispetto reciproco, collaborare per il raggiungimento del bene comune, la gestione dei sentimenti come la rabbia conseguente a una puntura, rispettare le regole”.
L’apicoltore di Vernio afferma: “Poter collaborare ad un progetto sociale come questo ci riempie di orgoglio facendoci superare facilmente le difficoltà della logistica complessa e faticosa che serve per raggiungere l’isola. Io e Martina - conclude Betti - pensavamo di andare a Gorgona a portare la nostra esperienza e capacità tecnica, ma ci rendiamo conto che ogni volta riceviamo in cambio molto di più come crescita sia professionale che umana. Insegnare un mestiere è il primo passo per offrire gli strumenti e la speranza a queste persone. Il nostro sogno è di incontrare, un giorno, nuovi colleghi fuori dal carcere”.









