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di Angelica Mori, Giacomo Marzi e Sibilla di Guida

Corriere della Sera, 29 aprile 2026

Nell’ultima isola carcere d’Europa uno studio della Scuola Imt di Lucca e dell’Università di Firenze combina formazione imprenditoriale e regolazione emotiva per cambiare il rapporto dei detenuti con il futuro. In Italia circa il 68% dei detenuti torna in carcere entro tre anni dalla scarcerazione. È una delle statistiche più citate nel dibattito sulla giustizia penale e una delle meno scalfite dalle politiche pubbliche. I programmi di reinserimento esistono e in molti casi producono risultati parziali. Da qui nasce una ricerca condotta da ricercatori della Scuola Imt Alti Studi Lucca e dell’Università di Firenze che analizza cosa permette a un detenuto, una volta uscito dal carcere, di impiegare le opportunità offerte, in particolare nel lavoro. Si tratta di una ricerca sperimentale condotta nel carcere di Gorgona che combina due percorsi formativi, uno imprenditoriale e uno sulla regolazione emotiva al fine di osservare come agire su entrambe le dimensioni cambi il rapporto dei detenuti con il proprio futuro. 

Che cos’è Gorgona - Gorgona è un’isola di quattro chilometri quadrati a nord di Livorno, l’ultima colonia penale agricola ancora attiva in Europa. I detenuti non passano le giornate in una cella ma lavorano la terra, allevano animali e producono vino venduto in tutto il mondo. Escono al mattino e rientrano la sera, la giornata si svolge all’aperto, scandita dal lavoro. Gorgona non è un carcere ordinario ma una piccola comunità, le relazioni hanno tempo di sedimentarsi e chi vi arriva trascorre in genere gli ultimi anni della detenzione. Questo contesto ha reso possibile un’osservazione infrequente: seguire nel tempo come cambia il rapporto di una persona con il proprio futuro. 

Come è stata condotta la ricerca - La ricerca è stata ideata e condotta da Angelica Mori, dottoranda alla Scuola Imt Alti Studi Lucca e all’Università di Firenze, con la collaborazione dei professori Giacomo Marzi e Sibilla di Guida e il supporto di Barbara Radice, funzionaria giuridico-pedagogica del carcere di Gorgona. Ha coinvolto un gruppo di detenuti in un programma articolato in due moduli distinti, il primo di natura imprenditoriale: valutazione delle opportunità, pianificazione di un progetto, gestione dei vincoli e delle risorse disponibili. Il secondo centrato sulla regolazione emotiva: riconoscimento della sofferenza propria e altrui, capacità di tollerare stati interni difficili senza agire impulsivamente, orientamento verso risposte costruttive nelle situazioni di conflitto.

Non solo prospettive lavorative - La scelta di combinare questi due percorsi risponde a un problema preciso. La ricerca sulla recidiva mostra che il ritorno al reato raramente dipende dalla mancanza di competenze tecniche. Dipendono più spesso dall’incapacità di proiettarsi in un futuro alternativo, di gestire la frustrazione, di mantenere relazioni stabili. Il modulo imprenditoriale lavora su pianificazione e valutazione delle opportunità; quello sulla regolazione emotiva su gestione dei conflitti e controllo delle reazioni. I due moduli intervengono su due carenze ricorrenti, ovvero la capacità di immaginare un futuro concreto e quella di reggere quando quel futuro incontra ostacoli. La progettualità acquisita con il primo modulo offre un terreno su cui le competenze emotive trovano applicazione. La regolazione emotiva, a sua volta, sostiene nel tempo la tenuta dei progetti.

I dati raccolti mostrano che la formazione imprenditoriale ha prodotto cambiamenti nell’orientamento dei partecipanti su cinque dimensioni: bisogno di realizzazione, autonomia, creatività, propensione al rischio calcolato, percezione del controllo sulla propria vita. Dalle interviste emerge un cambiamento nel modo in cui i detenuti vivono il tempo della detenzione. “Ora vedo il tempo che mi rimane qui come necessario per valutare le cose, raccogliere informazioni, evitare di sbagliare di nuovo”, dice uno dei partecipanti. Il carcere smette dunque di essere attesa passiva e diventa fase di preparazione. Il futuro, in altri termini, diventa pensabile in modo concreto. Il training sulla regolazione emotiva ha prodotto effetti su un piano diverso ma altrettanto rilevante. 

Come integrare i meccanismi emotivi - Diversi partecipanti descrivono una riduzione delle reazioni impulsive nelle situazioni di tensione. “Mi do più tempo per pensare. A volte scelgo di fermarmi”, riferisce uno di loro. Altri raccontano una maggiore apertura verso gli altri, una riduzione del senso di isolamento che spesso accompagna la detenzione. “Prima mi vergognavo a chiedere aiuto. Ora mi sento più libero, più parte di qualcosa”. Questi cambiamenti corrispondono ai meccanismi che la ricerca associa a una riduzione del rischio di recidiva. Lo studio restituisce un quadro piuttosto confortante. A due mesi dalla fine del programma, l’orientamento imprenditoriale sembra mantenere una buona continuità. Più fragili, invece, le competenze emotive, che hanno bisogno di contesti capaci di sostenerle nel tempo. È un passaggio che richiama un tema più ampio: il reinserimento non coincide solo con l’inizio di un percorso ma con la possibilità di consolidarlo giorno dopo giorno.