di Luisa Pozzar
Avvenire, 10 luglio 2019
Il teatro che entra nelle carceri per costruire una relazione tra 'fuori" e "dentro", tra società e detenuti. È il "Teatro delle ceneri", nato dall'arte e dalla scelta di vita di Elisa Menon, attrice di teatro sociale, regista e danzatrice che ha scelto di dedicarsi al futuro dei detenuti, partendo da Gradisca d'Isonzo, in provincia di Gorizia, con la compagnia teatrale "Fierascena" fondata nel 2010.
È un progetto tra il passato e il presente, al di là del muro, attraverso la lente del "noi". Nel 2017 i detenuti della casa circondariale di Gorizia raccontarono, dopo un lavoro di diversi mesi, un'Odissea al contrario, nella quale una caramella divenuta simbolicamente il cavallo di Troia della situazione offra uno spaccato sulla routine del carcere, sulla mancanza lacerante degli affetti più cari, sulla colpa che pesa come una pietra sul cuore di ogni detenuto e sul bisogno estremo di essere visti come persone.
A giugno 2019 ecco, invece, "Soma-la parte corporea dell'uomo", uno spettacolo realizzato dai detenuti della casa circondariale di Trieste e andato in scena il 17 e il2lgiugno rispettivamente presso le Case circondariali di Trieste e di Gorizia. Qui i detenuti hanno riflettuto sulla verità che il corpo racconta - "Siamo o non siamo forse tutti dotati di un corpo che nasce, respira, desidera, soffre, mangia, riposa, ama, odia, teme, gioisce, si difende... e poi alla fine muore?" - e hanno narrato il tema della trasformazione che le esperienze della vita determinano in ogni persona e nelle relazioni con il mondo che le circonda.
"A mea te, a tutti possono succedere cose strabilianti inaudite che, se le vai a raccontare a chi non ne è stato toccato, nessuno ti crede". È un gruppo di detenuti, dunque, che ha riconosciuto il valore del percorso fatto, tanto da volerlo custodire anche per i detenuti di domani. Il lavoro proposto da Fierascena ha un prezzo importante da pagare per chi accetta di farlo: lo ripete sempre Menon, ad ogni occasione in cui la si incontra.
"Al detenuto viene chiesto di mettere in gioco la propria persona e di fare un percorso che non sarà semplice o esente da fatica. Ma è un percorso che poi, lo vediamo nel tempo, è trasformativo, addirittura riparativo - sottolinea - perché l'arte ha questa capacità riparativa in sé e noi non facciamo altro che offrirla come strumento a chi accoglie il nostro progetto e accetta, con per l'anima che, troppo spesso, dopo l'ingresso in carcere si anestetizza per sopravvivere al peso della colpa, all'isolamento, alla solitudine, alla convivenza che il sovraffollamento rende ancora più pesante.
Poter ascoltare dalla voce e dai gesti dei detenuti ciò che il carcere è realmente, permette anche al pubblico esterno di andare al di là degli stereotipi. Perché lì, in quel momento, l'attore è senza maschera e porta in scena il proprio dramma personale, pur sublimato nell'arte che ne purifica i tratti più aspri, ma senza togliere nulla all'intensità del racconto.
Ma è anche un'esperienza trasformativa per altri detenuti che vanno a vedere i propri compagni. Tutto ciò che si vede non è più esperienza isolata: l'"io" lascia spazio ad un "tu" e quindi ad un "noi" che, allora sì, può guardare ad un futuro possibile al di là dell'esclusione.










