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di Antonello Guerrera

La Repubblica, 15 marzo 2022

Ora la strada verso la libertà per il fondatore di Wikileaks si fa strettissima, e le speranze di evitare l’estradizione negli Stati Uniti sono oramai minime: lì potrebbe essere condannato fino a 175 anni di carcere. È un colpo durissimo per Julian Assange. Perché oggi la Corte suprema britannica non ha ammesso il ricorso del fondatore di Wikileaks contro la sua estradizione negli Stati Uniti. Motivazione: “Non ci sono le basi legali”. A questo punto, la strada verso la libertà per Assange si fa strettissima, e le speranze di evitare l’estradizione negli Usa sono oramai minime.

Questo perché ora la faccenda è tutta nelle mani della ministra dell’Interno britannica, la falca Priti Patel, che ha già fatto capire che non si opporrà affatto alla richiesta di estradizione degli Stati Uniti nelle prossime settimane. Dunque, a meno di clamorose sorprese, bollinerà la decisione. A quel punto, Assange potrebbe chiedere una revisione giudiziaria per appurare che il procedimento abbia rispettato la legge in ogni sua singola parte e, se così non fosse, contestare la decisione finale di estradizione.

Ma è molto complicato e le probabilità di fermarla sono ora risicatissime. Un’altra possibilità sarebbe appellarsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, ma anche qui con poca speranza. C’è un’altra strada per i legali di Assange: ovvero fare ricorso contro la decisione dell’Alta Corte (secondo grado di giudizio) che lo scorso dicembre ha ribaltato la prima sentenza favorevole all’australiano, quella della Westminster Magistrate’s Court, che aveva respinto la richiesta di estradizione Usa per le condizioni disumane cui Assange, che soffrirebbe “di problemi mentali in cella”, sarebbe stato sottoposto in un carcere di massima sicurezza americano. Obiezione poi fatta decadere dall’Alta Corte in quanto ora sussisterebbero “solenni rassicurazioni di uno Stato sovrano come gli Stati Uniti” sul trattamento di Assange.

Il caso ha ovviamente riscatenato due fronti ideologici e opposti. Per la moglie sposata in carcere Stella Moris, seguaci e sostenitori di Assange, ma anche diversi giornalisti o associazioni come Amnesty International e Reporter senza frontiere, siamo di fronte a una “terribile ingiustizia”, “un momento buio” e le “rassicurazioni americani sono insussistenti”. Dall’altro lato della trincea invece, c’è chi, come gli Stati Uniti, intesta al 50enne australiano di 18 capi di accusa, tra cui cospirazione per ottenere illegalmente e pubblicare informazioni classificate. E cioè le esplosive rivelazioni dei cablogrammi di diplomazia e difesa Usa rubati dall’ex soldato americano Bradley - oggi Chelsea - Manning, e pubblicati su Wikileaks dal 2010, per cui Assange potrebbe essere condannato fino a 175 anni di carcere negli Usa.

Anche nella prima sentenza poi ribaltata dall’Alta Corte, la giudice Baraitser, pur negando l’estradizione, aveva tuttavia definito l’ex leader di Wikileaks non un giornalista, ma un personaggio che, nella pubblicazione dei file, “era andato oltre perché ha cercato di ottenere informazioni attraverso l’hackeraggio” di Manning: “La libertà di espressione non è pubblicazione senza regole”, aveva detto Baraitser ricordando anche la libertà su cauzione infranta da Assange in Inghilterra nel 2012 e il rifugio per sette anni nella sede dell’Ambasciata ecuadoriana a Londra per sfuggire al carcere. Prima della controversa pubblicazione delle email del Partito democratico Usa che nel 2016 inguaiarono Hilary Clinton contro Donald Trump. In quegli Stati Uniti dove Assange, ora nel carcere londinese di Belmarsh, potrebbe presto essere rinchiuso per sempre.