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di Daniele Zaccaria

Il Manifesto, 16 luglio 2026

Il governo britannico ha deciso di rafforzare ulteriormente le restrizioni sull’uso dei social network da parte dei minori. Dopo aver annunciato, lo scorso giugno, il divieto di accesso a piattaforme come TikTok, Instagram, Snapchat, Facebook e YouTube per gli under 16 a partire dal 2027, Londra introduce ora un “coprifuoco digitale” per i minori di 18 anni: niente social tra mezzanotte e le sei del mattino. Le novità non si fermano qui; le piattaforme dovranno attivare automaticamente impostazioni che limitino alcune delle funzionalità considerate più coinvolgenti, come lo scroll infinito, mentre i chatbot di intelligenza artificiale dovranno interrompere periodicamente le conversazioni con gli utenti minorenni per invitarli a fare una pausa.

Secondo il governo britannico, l’obiettivo è proteggere il benessere degli adolescenti, migliorarne il sonno, favorire la concentrazione nello studio e ridurre gli effetti delle dinamiche che alimentano la dipendenza digitale. La ministra per il Digitale, Liz Kendall ritiene queste misure necessarie perché, pur acquisendo maggiore autonomia dopo i 16 anni, gli adolescenti restano vulnerabili agli effetti dei meccanismi di progettazione che incentivano un utilizzo prolungato delle piattaforme. Per evitare quello che il governo definisce un “cliff edge”, ovvero un brusco passaggio dall’assoluto divieto alla piena libertà una volta compiuti i 16 anni, Londra intende imporre impostazioni di sicurezza predefinite anche agli adolescenti tra i 16 e i 17 anni.

Le nuove misure si inseriscono nel quadro dell’Online Safety Act, la legge approvata nel 2023 e progressivamente entrata in vigore, che attribuisce all’autorità di regolazione Ofcom ampi poteri per imporre alle piattaforme obblighi di tutela dei minori e di rimozione dei contenuti ritenuti dannosi. Sono obiettivi difficilmente contestabili, più discutibile semmai è la convinzione che possano essere raggiunti attraverso una politica dichiaratamente proibizionista, quando non esistono prove solide della sua efficacia. Anzi la storia ci insegna che in ogni ambito in cui è stato applicato il proibizionismo non ha avuto alcuna efficacia, alimentando pratiche e mercati clandestini.

È una dinamica già osservata con le droghe, con il gioco d’azzardo e, in parte, con l’alcol. Di fronte a comportamenti ritenuti rischiosi, la politica tende a privilegiare restrizioni e divieti nella speranza di ridurne la diffusione e di ottenere rapidi consensi. Eppure l’esperienza dimostra che proibire raramente elimina un fenomeno, al contrario lo rende meno visibile e quindi più difficile da governare. È difficile immaginare che accada diversamente con i social network, gli adolescenti dispongono già oggi di strumenti per aggirare i controlli sull’età attraverso VPN, account intestati ad adulti o piattaforme alternative. Il risultato rischia di essere quello di allontanare parte dell’attività online da qualsiasi forma di trasparenza, senza incidere realmente sulle abitudini di utilizzo e sul problema della dipendenza digitale.

Questo non significa negare l’esistenza del problema. Le piattaforme sono progettate per trattenere gli utenti il più a lungo possibile. Lo scroll infinito, le notifiche, gli algoritmi di raccomandazione e i sistemi di ricompensa non sono elementi neutri, ma strumenti pensati per massimizzare il tempo trascorso online e, di conseguenza, i ricavi pubblicitari. L’Australia è stata il primo Paese a introdurre, nel dicembre scorso, un divieto di accesso ai social network per gli under 16, seguita dall’Indonesia nel marzo successivo. Anche Francia, Spagna Canada ed Emirati Arabi Uniti hanno adottato misure simili.

Nel Regno Unito le associazioni per la tutela dell’infanzia hanno accolto positivamente le nuove misure, considerate una risposta necessaria dopo anni di pressioni sulle grandi aziende tecnologiche senza ottenere risultati. Ma altre realtà associative hanno invece sottolineato il rischio che un approccio fondato principalmente sulle proibizioni finisca per creare una falsa sensazione di sicurezza, senza affrontare fino in fondo i meccanismi della dipendenza e dell’alienazione. La vera sfida per i governi non dovrebbe essere quella di tenere i giovani lontani dal mondo digitale, ma governare un ambiente che ormai è parte integrante della società contemporanea. E per farlo servono strumenti più complessi del proibizionismo: regole efficaci per le aziende tecnologiche, maggiore trasparenza sui meccanismi algoritmici e una capacità politica di misurarsi con la realtà di un mondo che non può essere riportato indietro attraverso un semplice divieto.