di Michael Pauron*
Il Fatto Quotidiano, 29 aprile 2024
Come Londra si disfa del “problema” facendo felice il presidente Kagame che incassa centinaia di milioni di sterline. Ma a luglio si voterà e lo sfidante Habineza è contrario all’accordo. A un’ora di auto a sud di Kigali, la capitale del Ruanda, si trova il campo profughi di Gashora dove, dal 2019, in piccoli edifici bianchi e blu, sono accolti i richiedenti asilo provenienti da tutta l’Africa. Tutti sono stati evacuati attraverso la Libia, come previsto dal “Meccanismo per il transito di emergenza” gestito dall’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, in accordo con il governo del Ruanda e l’Unione africana. Il programma è finanziato dall’Unione europea, con un budget di 25 milioni di euro per il periodo 2022-2026, in crescita rispetto ai 21,8 milioni per il 2019-2022. Questo accordo assomiglia molto al nuovo partenariato per la migrazione e lo sviluppo economico stretto tra Regno Unito e Ruanda, anche se certi aspetti sono leggermente diversi.
Il controverso disegno di legge, iniziato nel 2022 dall’ex primo ministro britannico Boris Johnson, bocciato dalla Corte Suprema britannica nel 2023 ed emendato dall’attuale premier Rishi Sunak, prevede la deportazione in Ruanda dei richiedenti asilo arrivati illegalmente nel Regno Unito. Dopo due anni di negoziati, la legge è stata approvata lo scorso 22 aprile. Una volta a Kigali i rifugiati in arrivo da Londra saranno accolti in alberghi. La loro situazione amministrativa dovrà essere esaminata entro sei mesi. Due le opzioni possibili: i rifugiati potranno o chiedere asilo in un Paese terzo (compresa la Gran Bretagna) o stabilirsi in Ruanda attraverso uno specifico programma di integrazione. Non potranno in nessun caso essere trasferiti nel loro Paese d’origine. Se decidono di restare in Ruanda, Londra si farà carico delle loro spese (alloggio, formazione, studi, ecc.) per un massimo di 3.000 sterline (circa 3.480 euro) al mese. Se nessuna delle due soluzioni va in porto, il rifugiato potrà “chiedere asilo in Ruanda per poter muoversi legalmente e lasciare il Paese”, spiega Alain Mukuralinda, portavoce del governo ruandese.
In un comunicato comune, Rishi Sunak e il presidente del Ruanda Paul Kagame, che si sono incontrati a Londra il 9 aprile, hanno scritto che “entrambi attendono con impazienza i primi voli per il Ruanda”. I conservatori vogliono che i primi aerei decollino prima delle elezioni parlamentari, previste per la seconda metà del 2024, in modo da poter dire agli elettori di aver mantenuto le promesse in materia di controllo dell’immigrazione illegale, anche se gli attraversamenti della Manica sono aumentati del 40% in un anno. La sera del 22 aprile cinque migranti, tra cui una bambina, sono morti nel tentativo di raggiungere il Regno Unito su un gommone dalle coste francesi. Da parte loro, i laburisti hanno annunciato che, in caso di vittoria alle elezioni, ritireranno la legge. Nel campo di Gashora, 538 rifugiati sono in attesa di una soluzione. Secondo Dhananjaya Bhattarai, responsabile dell’ufficio locale dell’Unhcr, dal 2019 “1.569 rifugiati sono stati trasferiti legalmente in Paesi dell’Europa o del Nord America”. Qui le opzioni a disposizione dei richiedenti asilo sono leggermente diverse: se il migrante non intende stabilirsi in Ruanda - e nessuno di loro, finora, ha voluto farlo - può decidere di tornare o in Libia o nel Paese da cui è fuggito.
Awa ha deciso che non tornerà in Somaliland, il Paese che ha lasciato nel 2020. Quando l’abbiamo incontrata, la giovane donna, 26 anni, madre di un bimbo nato nel luglio 2023 nel campo di Gashora, aveva appena ottenuto l’asilo negli Stati Uniti. Awa occupa una stanza, arredata sommariamente, in un piccolo edificio a un piano con quattro appartamenti. Le famiglie hanno a disposizione una piccola casa con due camere da letto. I servizi igienici sono all’esterno. Il campo dispone di una mensa, che fornisce tre pasti da asporto al giorno, un campo sportivo e una scuola per i bambini, oltre a laboratori di lingua, cucito o informatica per gli adulti. Una clinica con 32 posti letto, sala parto e laboratorio di analisi, fornisce le cure mediche di base. “Sono partita senza sapere cosa mi aspettava - racconta Awa -. Alcune persone mi hanno detto che potevano portarmi in Libia, passando per l’Etiopia e il Sudan, dove avrei dovuto lavorare per poter pagare gli scafisti, prima di partire per l’Europa. Ma una volta in Libia, sono stata presa in ostaggio e la mia famiglia ha dovuta pagare per farmi rilasciare”. È quanto succede a molti candidati esuli che passano per la Libia: si stima che in 30.000 sono intrappolati nel Paese. “Quando sono stata liberata, mi sono rivolta all’Unhcr, che mi ha offerto la possibilità di andare in Ruanda - aggiunge Awa -. Vorrei solo poter vivere in un Paese dove mi venga permesso di studiare. Voglio diventare medico”.
Il campo di Gashora è una vetrina per il Ruanda, che vuole dimostrare di poter accogliere in un’oasi di pace le donne e gli uomini che hanno lasciato il Paese in condizioni drammatiche. I ruandesi insistono sul fatto di aver loro stessi conosciuto l’esilio, dal 1959 e i primi pogrom contro i Tutsi fino al genocidio, che ha fatto quasi un milione di vittime tra il 7 aprile e il 15 luglio 1994. Il Ruanda mette poi in evidenza la sua ospitalità “tradizionale”, d’epoca precoloniale. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il Paese accoglie attualmente 135.000 rifugiati (principalmente dalla Repubblica democratica del Congo e dal Burundi) per una popolazione di circa 14 milioni di abitanti. La narrazione ruandese non aveva tuttavia convinto la Corte Suprema britannica, che nel novembre 2023 ha stabilito che il disegno di legge voluto dal governo di Londra per trasferire in Ruanda i migranti illegali violava il diritto internazionale. Secondo la Corte c’erano “seri” motivi per ritenere che il Ruanda non potesse essere considerato “sicuro” per i rifugiati, che rischiavano di venire “respinti” in qualsiasi momento verso il loro Paese d’origine, dove avrebbero potuto subire violenze o maltrattamenti. Il testo era stato quindi rielaborato dal governo di Londra, in modo da garantire appunto che i richiedenti asilo non possano più essere rinviati nel loro Paese. Una commissione parlamentare britannica aveva a sua volta giudicato il progetto di legge “fondamentalmente incompatibile” con gli obblighi del Paese in materia di diritti umani, mentre per l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, “gli effetti del disegno di legge, cercando di sottrarre l’azione del governo al controllo giuridico di rito, sono contrari ai principi fondamentali dei diritti umani”. L’Onu aveva dunque chiesto a Londra di “riconsiderare il piano”.
Delle opposizioni nei confronti del piano concordato da Londra e Kigali sono emerse anche in Ruanda. Il Partito verde democratico, il cui leader, Frank Habineza, è candidato alle presidenziali di luglio contro Paul Kagame, che si presenta per la quarta volta, è molto critico: “Il nostro partito sostiene l’accoglienza dei rifugiati che hanno scelto il Ruanda come prima destinazione, ma non quelli provenienti da Londra”. Secondo lui “i Paesi ricchi non dovrebbero sottrarsi all’obbligo internazionale di accogliere i rifugiati e trasferirli in Paesi terzi solo perché hanno i soldi per imporre la propria volontà”. Ma quali benefici trarrà il Ruanda da questo accordo? Secondo il National Audit Office del Regno Unito, l’accoglienza dei primi 300 richiedenti asilo costerà a Londra circa 541 milioni di sterline (circa 627 milioni di euro), di cui 220 milioni sono già stati versati al Fondo per l’integrazione e lo sviluppo economico, creato appositamente. “Non c’è da vergognarsi a parlare di soldi - sostiene Alain Mukuralinda -. Ogni spesa è trasparente, ma certo, una parte di questo denaro andrà a beneficio dell’economia ruandese”. Se l’aspetto finanziario non è trascurabile, altri vedono nell’accordo con Londra anche un’opportunità diplomatica: il Ruanda può infatti essere sicuro del sostegno incondizionato del Regno Unito in caso di critiche sui diritti umani o, per esempio, per il suo appoggio al gruppo armato M23 nell’est della Repubblica democratica del Congo, denunciato dalle Nazioni Unite. “Gli esuli diventano merce di scambio”, aveva avvertito già nel 2022 Brigitte Espuche, coordinatrice del network Migreurop.
*Traduzione di Luana De Micco











