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di Antonello Guerrera

 

La Repubblica, 24 febbraio 2020

 

Al via il primo ciclo di udienze che dureranno fino al 28 febbraio (poi si riprenderà a maggio per arrivare a una prima sentenza appellabile probabilmente a settembre). L'accusa principale è di cospirazione.

Quale sarà il destino di Julian Assange? Oggi si apre ufficialmente il processo di estradizione agli Usa del fondatore di Wikileaks, oramai da quasi dieci anni in stato di reclusione o auto-reclusione dopo le accuse - poi cadute - di violenza sessuale in Svezia, il lunghissimo autoesilio nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, l'arresto della polizia londinese lo scorso 11 aprile dopo che Quito e il nuovo presidente Lenin Moreno lo avevano definitivamente scaricato e ora la richiesta ufficiale di estradizione da parte di Washington.

Che non gli ha mai perdonato le rivelazioni di Wikileaks, il sito che nel 2010 pubblicò una valanga di esplosivi cablogrammi dell'esercito e delle istituzioni Usa, come riguardo la guerra in Iraq e in Afghanistan. Documenti rubati dall'ex soldato statunitense Chelsea Manning e passati ad Assange.

Per questo ora gli Stati Uniti vogliono il 48enne Assange e sbatterlo in galera per moltissimo tempo: secondo i difensori di Assange, si tratterebbe di un ergastolo "che praticamente sarebbe una condanna a morte". L'accusa principale è di cospirazione - con Chelsea Manning - per ottenere illegalmente e pubblicare informazioni classificate. In tutto, sono 18 capi di accusa per cui l'australiano potrebbe essere condannato, qualora estradato negli Usa, fino a 175 anni di carcere.

Per i suoi detrattori, Assange è un hacker, magari pure con possibili e torbidi rapporti con la Russia dopo lo strano caso delle email del partito democratico americano pubblicate da Wikileaks (e arrivate non si sa come) durante la campagna del 2016, cosa che favorì Donald Trump nella sua corsa alla Casa Bianca.

Per i suoi sostenitori, invece, tra cui diversi vip come gli artisti Brian Eno, Roger Waters e Vivienne Westwood ma anche politici laburisti come il vice di Corbyn John McDonnell o l'economista greco Yanis Varoufakis, Assange è un martire della libertà di espressione e di stampa, che sta pagando a carissimo prezzo la pubblicazione di file importantissimi "affinché il mondo fosse a conoscenza delle manovre e delle azioni belliche degli Stati Uniti".

In questi giorni, per il primo ciclo di udienze del processo di estradizione da oggi fino al 28 febbraio (poi si riprenderà a maggio per arrivare a una prima sentenza appellabile probabilmente a settembre), Assange sarà sempre presente in aula al tribunale Woolwich Crown Court, alla periferia est di Londra, poco lontano dal carcere di Belmarsh dove è rinchiuso dallo scorso aprile. La richiesta di estradizione degli Stati Uniti è già stata formalmente approvata dal governo britannico, ma deve essere validata dalla giustizia di Londra.

Come ha raccontato a Repubblica qualche giorno fa suo padre, John Shipton, "Julian fisicamente mi sembra molto magro, peserà una cinquantina di chili. Ha qualche problema alle spalle e ai denti. Ma il vero problema è la sua condizione mentale. Assange in questo modo potrebbe davvero essere torturato fino alla sua morte, dopo nove anni di torture psicologiche e false accuse quotidiane. Julian vive da 9 anni spiato in ogni momento, anche in bagno. La sua colpa: soltanto di aver cercato di condividere col pubblico informazioni fondamentali per capire il mondo di oggi e che cosa fanno oggi i nostri governi, tra terribili omicidi di massa e crimini su crimini. Mi ha detto che quando sarà libero farà il cammino di Santiago de Compostela".

Qualche giorno fa, in una pre-udienza del tribunale londinese di Woolwich dove Julian Assange affronterà da oggi il processo di estradizione, i suoi avvocati hanno sostenuto che nell'agosto del 2017 il presidente americano Donald Trump avrebbe fatto al fondatore di Wikileaks una proposta indecente: "Qualora Julian avesse fornito pubblicamente prove del non coinvolgimento della Russia nella pubblicazione delle email segrete del partito democratico durante la campagna elettorale americana del 2016", poi vinta da The Donald, il presidente "avrebbe promesso di graziarlo". Secca la smentita della Casa Bianca. Un altro mistero dell'infinita saga di Julian Assange.